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Coronavirus, la Toscana "maglia nera" nel tracciamento: le 3 mosse della Regione per invertire la rotta

Maria Lardara
Il centro di tracciamento alla Fortezza a Firenze
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Il centro di tracciamento alla Fortezza a Firenze

L’obiettivo è controllare i contagi e invertire quello che è il peggior dato italiano. Il direttore della prevenzione dell’Asl Centro: «Ci lavora tutto il dipartimento» 

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FIRENZE. Come stare su un tapis roulant. Uno prova ad accelerare il passo ma i giri del tappeto aumentano ancora di più. Il ritmo impazzisce, il movimento sfugge. È un’immagine che Renzo Berti, direttore del dipartimento prevenzione dell’Asl Toscana Centro, usa spesso per descrivere la rincorsa sfrenata verso il tracciamento. Mentre quel tapis roulant correva, la Toscana si è tinta prima di arancione e poi di rosso andando inesorabilmente verso un lockdown “leggero”.

Ma guai a mollare il sistema del tracciamento, ora più che mai. «La riclassificazione in zona rossa avviene in una fase in cui l’andamento epidemico in Toscana sta leggermente migliorando – ammette Berti – Gli elementi che hanno determinato la riclassificazione sono sostanzialmente un indice di Rt elevato (1,8) e la pressione sull’assistenza ospedaliera, dalla degenza ordinaria alla terapia intensiva».

Quasi la metà dei nuovi contagiati registrati ieri in Toscana proveniva dalla zona tra Firenze a Pistoia, passando per Prato ed Empoli.

Dalla Caporetto della prima linea difensiva, quando ha ceduto la prima diga del contact tracing, a un recupero del terreno perduto. Dipenderà non solo dalla task force di 200 tracciatori all’opera alla Fortezza da Basso ma anche da una riorganizzazione di tutto il dipartimento di prevenzione.

Sulla scrivania di Berti è delineata una tabella di marcia ben precisa: smaltire l’arretrato entro dieci giorni. E che arretrato: settemila casi da tracciare, settemila contagi da mappare a raggi X, il superlavoro di giovedì è stato un test generale per il tour de force che attende il dipartimento nei prossimi dieci giorni.

«Abbiamo tracciato quasi 2. 200 casi in un giorno – racconta Berti – È il frutto di un lavoro record suddiviso tra la centrale di tracciamento che ne ha fatti 1. 200 e gli altri mille provenienti dalle nostre strutture territoriali».

L’Asl prova a recuperare terreno. Il programma è serrato, ambizioso l’obiettivo. «Ma è una priorità, finalmente abbiamo risorse aggiuntive su cui poter contare», racconta l’ex sindaco di Pistoia, medico specializzato in igiene e medicina preventiva. Ma anche le altre aziende sanitarie toscane sono impegnate nel recupero del pregresso riorganizzandosi al loro interno e facendosi supportare dalle centrali di tracciamento.

Scacco matto al dilagare dei contagi in tre mosse. La prima è stata quella di spostare sul tracciamento tutti gli assistenti sanitari prima impegnati sui tamponi, la seconda quella di mettere al lavoro 62 medici scolastici reclutati con il bando scaduto il 19 settembre (l’indagine epidemiologica degli studenti assorbe soltanto il 15% delle attività di tracciamento).

La terza mossa, forse vincente: si tratta di dirottare sulle indagini epidemiologiche altri professionisti del dipartimento dedicati a mansioni diverse, dai tecnici di prevenzione che si occupano di sicurezza sul lavoro ai medici dello sport passando per chi si occupa di sicurezza alimentare. Una squadra chiamata a supportare i tracciatori dell’igiene pubblica.

Lo schema di lavoro per i prossimi dieci giorni è chiaro: la maxi centrale alla Fortezza lavorerà sul tracciamento quotidiano, gli uffici igiene dei territori recupereranno la mole di lavoro pregresso.

«L’idea – conferma Berti – è di rallentare o sospendere alcune attività del dipartimento di prevenzione per concentrare le energie sulla priorità del tracciamento». Con questa riorganizzazione il dipartimento ha messo un centinaio di persone al lavoro, altre 40 figure in più arriveranno nei prossimi giorni.

Il monitoraggio del ministero della Salute risalente alla settimana scorsa assegnava alla Toscana il peggior dato italiano del tracciamento: il 39, 9%. La maglia nera, insomma.

«Non sono d’accordo, è naturale che tutto il sistema sia sotto stress, in primis le terapia intensive. Qui facciamo i conti con un’epidemia che ha ripreso una piega crescente e più intensa della prima fase. Il punto di partenza era critico perché gli organi di prevenzione hanno sempre avuto organici insufficienti. È un “classico” che la prevenzione diventi importante quando accade una tragedia. A quel punto si sono fatte le corse contro il tempo, ricorrendo anche a procedure straordinarie come il reclutamento dei medici scolastici». Ed è stata una fatica reclutarne 62. «Non è che schiocchi le dita e trovi subito le persone – ricorda Berti – Ci sono voluti venti giorni, intanto i numeri crescevano». 

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