Il presidio
Così l’Italia di Trump si prepara a Biden
Visto che la felpa non bastava più, e viviamo i tempi duri della pandemia, il buon Matteo Salvini si è presentato alle telecamere con mascherina d’ordinanza, sì, ma a stelle e strisce, e con il logo della campagna di Trump. Non contento, s’è pure speso a favore della teoria complottista sulle elezioni americane truccate, rapidamente sbugiardata da tutti i siti di fact-checking americani.
Comunque sia, Salvini è stato finora uno dei pochi a schierarsi. E gliene va dato atto. A parte il centrosinistra, tutto ovviamente pro Biden, gli altri protagonisti della politica tacciono prudenti in attesa di vedere come va a finire. Ben coscienti che anche stavolta, come sempre, ciò che accade al di là dell’Oceano è destinato a condizionare anche i fatti di casa nostra.
Naturalmente anche in questo caso tutto avviene sotto il segno tipicamente italico del paradosso. Salvini, per esempio, di cui gli archivi ci rimandano una mirabile fotografia con stretta di mano a Trump alla vigilia dell’elezione a presidente – cravatta verde e un sorriso di felicità che non avremo visto mai più – è il leader che si è magiormente speso per The Donald, ma che ha sempre convinto pochissimo l’amministrazione che non vuole mollare la Casa Bianca: il capo della Lega si dichiarerà pure trumpista doc, ma i suoi legami (e affari) con la Russia di Putin lo rendono poco affidabile. Chi al contrario piace molto a Trump è il premier Conte che si è visto omaggiato da un’intima storpiatura del nome diventata poi affettuoso soprannome: “Giuseppi”. Ma qui si parla del presidente del Consiglio, non del capo dell’opposizione, che si troverà quindi necessariamente costretto a imbastire un proficuo rapporto con Joe Biden, l’anti Trump ormai vincitore delle elezioni americane.
A gongolare è invece chi – a cominciare da Matteo Renzi – negli anni passati ha coltivato buoni rapporti con Barack Obama, regista occulto della campagna di Biden e, si immagina, suo prossimo super consulente. Fu, quello di Obama, un aiuto importante per l’Italia: coincise con la caduta di Silvio Berlusconi e con l’esplosione della Grande Crisi economico-finanziaria alla quale la Bce di Mario Draghi, proprio con il via libera Usa, rispose lanciando il suo “whatever it takes”, l’acquisto di titoli dei debiti sovrani a sostegno dell’euro.
E in questa breve carrellata di paradossi non può certo mancare Luigi Di Maio, ministro degli Esteri in carica. Il quale, come si sa, si è molto speso per Trump, diventando buon amico di Mike Pompeo; ma anche per Putin; e per la via della seta cara al leader cinese Xi Jinping; e contro l’Europa (indimenticabile il suo viaggio di protesta a Strasburgo in moto con Di Battista). Salvo poi fare precipitosa marcia indietro – ah, gli obblighi di governo! – e con Bruxelles e con Putin e con Xi Jinping. Ora, certo, bisognerà cominciare tutto daccapo. E va bene. Ma anche spiegare bene ai nuovi interlocutori democratici cosa si pensa davvero e dell’Europa e della Russia e della Cina. E convincerli.[
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