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Toscana

l’inchiesta 

Mascherine false importate dalla Cina da una ditta lucchese: truffata la Regione

Stefano Taglione
Mascherine false importate dalla Cina da una ditta lucchese: truffata la Regione

La Finanza sequestra 64mila Ffp2 distribuite negli ospedali toscani. L’azienda: «I dispositivi testati dall’università di Pisa»

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LIVORNO. Quelle mascherine “Ffp2” – secondo la guardia di finanza – sono state certificate da una multinazionale polacca che non avrebbe potuto garantirne l’effettiva qualità. Quindi medici e infermieri che le hanno indossate nel pieno dell’emergenza coronavirus nei vari ospedali toscani (fra cui Grosseto, Livorno e pure una Rsa di Pomarance, in provincia di Pisa) a contatto con i pazienti infetti avrebbero rischiato il contagio. Ma l’azienda che le ha importate e immesse sul mercato, il gruppo Cisa di Lucca, è del parere opposto. E garantendo la propria buonafede sottolinea che quei dispositivi sono di ottima qualità e testati dall’università di Pisa. Al massimo, è la loro ricostruzione, la responsabilità è di chi le ha certificate, l’ente polacco.

La guardia di finanza di Livorno, coordinata dal comandante provinciale Gaetano Cutarelli, ha sequestrato alla Cisa Production di Lucca 64mila «mascherine Ffp2 o equivalenti non conformi». L’operazione – condotta, su delega della procura, dal Nucleo di polizia economico-finanziaria diretta dal tenente colonnello Peppino Abbruzzese – è iniziata a marzo, dopo l’esposto di un medico livornese. Infatti 31.924 dispositivi su 64mila sono stati sequestrati all’ospedale labronico e il resto nei depositi dell’azienda. Altri 293mila – è quanto emerge dalle indagini – erano già stati distribuiti in varie parti d’Italia. Il valore di mercato delle mascherine sequestrate è 265mila euro (4,10 euro a mascherina).

In Toscana 60mila mascherine sono state vendute all’Estar (la centrale unica degli acquisti sanitari della Regione), 40mila all’Asl Toscana sud est (per le strutture sanitarie di Arezzo, Grosseto e Siena) e 10.500 alla cooperativa sociale Idealcoop di Pomarance, in provincia di Pisa. Ma molte altre fuori regione: 130mila alla Società regionale per la sanità della Campania, 34mila all’Humanitas-Cliniche Gavezzani di Bergamo e uno stock di mille, ciascuno, alla Eremo di Arco di Trento, alla farmacia Itria di Milano, alla farmacia De’ Medici del dottor Barreca di Cesano Maderno (Monza Brianza), alla farmacia del Bettolino e alla Farmacia centrale (sempre a Milano), alla Farmacia Santa Margherita di Lissone (Monza), alla Farmacia Igea di Milano, alla casa di cura Solatrix di Trento e all’Odontosalus di Conversano (Bari). Per questo uno dei responsabili della società, un settantenne di Monte San Savino (Arezzo), è accusato di frode nell’esercizio del commercio e frode nelle pubbliche forniture.

L’azienda lucchese non è d’accordo con la ricostruzione degli inquirenti e spiega di aver venduto mascherine di ottima qualità. Il problema, semmai, è l’ente certificatore che, a loro insaputa, non sarebbe stato autorizzato per certificarle. «Siamo stati informati qualche mese fa dell’indagine che ci riguarda – spiega l’amministratore delegato, Antonio Veronesi – Abbiamo piena fiducia in una felice conclusione del lavoro della magistratura, perché sappiamo di aver operato sempre con prodotti di qualità e con il massimo rispetto per il ruolo che questa azienda ricopre da oltre 70 anni nel controllo delle infezioni, soprattutto in ambito ospedaliero. Come molti altri operatori – prosegue – anche a noi, per un carico di merce, è capitato in mano, nel pieno dell’emergenza, un certificato Ce fornito da un ente notificato vero e genuino, autorizzato. La magistratura, cui abbiamo dato e daremo tutta la nostra collaborazione, farà il suo lavoro e noi da parte nostra valuteremo le necessarie azioni da intraprendere a difesa della serietà del nostro lavoro e del nostro buon nome». —

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