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Ora non ci serve resilienza: è meglio un cambiamento radicale

Alessandro Volpi
Ora non ci serve resilienza: è meglio un cambiamento radicale

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Dopo la conclusione della tornata elettorale, ora il tema pressoché esclusivo per la tenuta del governo, almeno sul piano della narrazione politica, riguarda il Recovery Fund. Le Linee guida per la definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, presentate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e destinate a costituire l’ossatura portante delle scelte in base alle quali l’Italia intende utilizzare gli oltre 200 miliardi provenienti dall’Europa, suggeriscono due considerazioni preliminari. La prima riguarda i pochissimi numeri contenuti nel documento, che ha, forse, fin troppo i caratteri della raccolta di “buone intenzioni”. Si stima, per effetto del Recovery Fund, un raddoppio del tasso di crescita del Pil italiano, che salirebbe dallo 0,8 dell’ultimo decennio all’1,6 del prossimo; e, al contempo, si prevede una crescita dell’occupazione di 10 punti percentuali, che la innalzerebbe dal 63 al 73%. L’impressione, dall’accostamento di questi due numeri, è di un certo disorientamento: un incremento di 10 punti in occupazione genera un aumento del tasso di crescita del Pil soltanto dello 0,8%? La capacità dell’occupazione di creare reddito è davvero così bassa? Le linee guida immaginano un’occupazione a basso valore aggiunto? L’auspicio è che, in realtà, il lavoro pesi decisamente di più nella ripresa. Per comprendere l’incoerenza di questi numeri occorre forse però analizzare meglio i dati. Quello fornito dal Ministero dell’Economia in relazione al tasso di crescita del Pil è sopravvalutato in partenza. Quest’anno, infatti, la stima formulata dal governo in merito all’andamento del Pil è attorno allo 0,9%, migliore di quella fornita dall’Ocse (-10,5%), dalla Commissione Europea (-11,2%) e dal Fondo Monetario Internazionale (-12, 8%). In altre parole, la stima di incremento del tasso di crescita del Pil è tenuta più bassa nei prossimi anni perché il dato di partenza è più alto del reale.

A ciò si aggiunge un altro elemento che ha a che fare con le condizioni dell’occupazione e del mercato del lavoro nel nostro paese. Aumentare di circa 10 punti percentuali l’occupazione significa far salire di 3, 5-4 milioni il numero degli occupati; una cifra enorme soprattutto alla luce del fatto che anche in questo caso il dato di partenza, il livello attuale di occupazione, è “drogato” dai milioni di lavoratori in cassa integrazione per l’epidemia e dal blocco temporaneo dei licenziamenti. Aumentare gli occupati di circa 4 milioni significa dunque aver riassorbito prima gli attuali cassaintegrati, o almeno una parte importante, e aver evitato nuovi licenziamenti qualora il blocco previsto dalla legge fosse rimosso. Inoltre per aumentare l’occupazione di 10 punti occorre ridurre il differenziale negativo di ben 15 punti rispetto alla media europea per quanto riguarda la fascia di età fra i 15 e i 24 anni e quello di 5,6 punti relativo all’occupazione femminile. Impegni davvero complessi perché la crisi determinata dall’epidemia mette in luce come le maggiori difficoltà in termini di cessazione dei rapporti di lavoro riguardino i contratti a termine di giovani e donne.

La crescita dell’occupazione è, comunque, complicata nel caso italiano dal fatto che le risorse del Recovery Fund sono destinate alla transizione climatica e alla digitalizzazione; due ambiti in cui la formazione e la disponibilità dei possibili occupati sono molto in ritardo. Sembrerebbe che i due numeri, sia quello del tasso di crescita del Pil, sia quello dell’occupazione, siano, per vari aspetti, molto ipotetici e quindi la loro scarsa coerenza sia un problema minore rispetto alla loro sostanziale irrealtà. Certo, senza un incremento del Pil non troppo lontano dal 3% la sostenibilità del debito pubblico italiano, privato dell’avanzo primario, sarà interamente affidata alla “bontà” della Bce. La seconda considerazione, più generale, si riferisce all’utilizzo del termine “resilienza”, che sembra sempre più in voga. Siamo sicuri che sia il termine più adatto per esprimere ciò di cui l’Italia ha bisogno? L’etimologia di resilienza richiama il latino resilire: balzare indietro, rimbalzare. Nell’accezione più diffusa e recente è sinonimo di capacità di adattamento, di sopravvivenza ai traumi. Forse il Paese non ha bisogno di adattarsi ma di sviluppare un cambiamento radicale che abbandoni proprio le forme dell’adeguamento, fin troppo tipiche dell’economia e della società italiane e responsabili della ormai scarsissima capacità di innovazione. In altre parole, la resilienza assomiglia a un conformismo mascherato che, per consentire la sopravvivenza, rinuncia al coraggio delle necessarie rotture con il passato. Se l’Italia intende affrontare una crisi che ha distrutto oltre il 10% del reddito del paese in meno di un anno “adattando” il proprio modo di produrre, migliorandone alcuni aspetti, senza cercare il cambiamento, farà enorme fatica a beneficiare dei sostegni europei, costruiti appunto sul cambiamento profondo, e, soprattutto, continuerà a coltivare i propri vizi limitandosi a mascherarli. La parola chiave non può essere la resilienza ma una convinta radicalità.

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