Il presidio
Destra, sinistra, sfumature: in Toscana sarà un voto senza bluff
Toscani “spregiosi”. Per dirla con lo scrittore Curzio Malaparte, sono pronti allo spregio, all’affronto. Dopo mezzo secolo di fedeltà, nel chiuso della cabina elettorale domenica e lunedì sarebbero disponibili a cambiare una storia. Questa la narrazione, se si dà credito ai sondaggi pubblicati nelle scorse settimane. Ammainata dunque la bandiera rossa, si issa il vessillo della Lega? Se davvero così fosse, al segretario del Pd Nicola Zingaretti non resterebbe che ripetere fino allo sfinimento il titolo dello stracitato celebre libro malapartiano: “Maledetti toscani”. I risultati della nostra regione infatti saranno quelli che peseranno di più nella conta complessiva lunedì notte sia a Firenze che a Roma. In palio, oltre le chiavi di Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, anche quelle del Nazareno e forse dello stesso Palazzo Chigi a Roma.
Terra simbolica per entrambi gli schieramenti. Fuori gioco il M5S se persino Luigi Di Maio concentrato solo sul Sì al referendum non si è speso per la sua candidata Irene Galletti. Stoppato malamente in Emilia Romagna, Matteo Salvini invece coltiva qui il sogno proibito; la Toscana vale doppio. Perché nella campagna elettorale permanente che sfibra il nostro Paese, l’obiettivo del capo leghista resta la riconquista del governo romano. Le cronache di questi giorni ci raccontano di un Salvini consapevole degli errori sommati nella gemella “rossa”, l’Emilia. Ha concesso più spazio e autonomia a Susanna Ceccardi, ha evitato le video-incursioni al citofono, anzi lui stesso stavolta ha subito un’aggressione, ma non ha smesso di attaccare la libera stampa, “Il Tirreno” in particolare, quando svela il lato oscuro delle amministrazioni di destra.
Sì, per quanto la vulgata corrente si ostini ad archiviare le differenze tra destra e sinistra, le sfumature di grigio sono evidenti. La Toscana ha smesso da un pezzo di essere un territorio omogeneo, almeno nei gusti politici. Iniziò Livorno nel 2014 con la vittoria a sorpresa del cinquestelle Filippo Nogarin. Cinque anni di delusioni grilline cui ha fatto seguito, da poco più di dodici mesi, l’esperienza civica del sindaco Luca Salvetti, centrosinistra più ampio e un’idea di città rinnovata nell’identità culturale e nell’orgoglio cosmopolita, in contrasto con l’innaturale strapaese dei lustri precedenti. Un’esperienza ancora tutta in divenire ma intanto spiccano su ogni altra iniziativa la mostra dedicata ad Amedeo Modigliani e il festival musicale per Pietro Mascagni. Un uno-due in cui l’identità di una comunità non viene declinata nei confini chiusi.
Nel resto della Toscana, a partire dal 2017, il Pd ha perso tutto ciò che poteva perdere, capoluoghi simbolici come Pistoia, Pisa, Siena e bastioni rossi come Piombino. Ogni sconfitta relegata a marginale questione locale. Cambiava velocemente la geografia politica, ma il gruppo dirigente dem restava prigioniero del suo orgoglioso pregiudizio, l’invincibilità. Così, quando i primi sondaggi hanno delineato scenari inquietanti, il Pd ha preso atto della contendibilità della Toscana. Allarme rosso, è il caso di dire. Con una sussurrata meschineria. Se la campagna elettorale si sta svolgendo in affanno, dicono a mezza voce alcuni dirigenti Pd, la responsabilità è da addebitare al candidato presidente. Pare che non trascini, si lamentano. A cui fa eco lo sberleffo proprio della rivale Ceccardi: “è un mangiatartine”. Ora Eugenio Giani è un signore delle istituzioni, uomo colto, con un profilo politico ben definito negli anni. Che non fosse un capopopolo era ben noto già prima dell’inizio della competizione. Al contrario di Susanna Ceccardi, giovane e capace in poco tempo di ritagliarsi uno spazio politico dove sembrava impossibile. A partire da Cascina, primo comune espugnato dalla Lega. Anche qui, come è potuto accadere? Sconfitta dopo sconfitta il Pd nelle sue varie declinazioni - prima renziano poi post-renziano - non ha mai voluto mettere in discussione il modello di governo e dunque il sistema di potere stratificato negli anni. Lasciando troppe domande senza risposta. A partire da quella, a mio avviso, centrale. Perché l’elettorato impoverito e impaurito dal disagio economico e sociale percepisce a sinistra un attore distratto e a destra un possibile difensore? Proprio nella terra in cui il socialismo municipale, ancorché sbiadito, sembrava senza alternative. Sull’imminente voto stavolta non si può bluffare.
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