Un modello diverso
Didattica a distanza: deve essere complementare e integrativa rispetto a quella in presenza
Appare evidente che l’apertura delle scuole, e anche quella, assai più limitata, delle università, rappresenta in primo luogo un atto molto simbolico, assai formalistico e un po’ politico. Si tratta di un atto simbolico perché intende consacrare il ritorno alla “normalità”, al pieno rispetto dei diritti e dei doveri della comunità nazionale, “sospesi” dall’epidemia. È però, purtroppo, un atto formalistico perché saranno molti gli istituti che rinvieranno l’inizio delle lezioni per una serie infinita di ragioni, dal ritardo nei lavori alle strutture, alla tardiva fornitura dei banchi e di altri sussidi, alle carenze nel personale docente, in particolare di quello di sostegno.
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A ciò si aggiunge, soprattutto, la scarsa chiarezza nelle definizione del quadro delle responsabilità, dalle funzioni delle Asl, alle prerogative del governo, delle Regioni, dei sindaci, ai compiti dei dirigenti scolastici, e persino delle famiglie; un complesso groviglio di ruoli a cui non sono state attribuite competenze e, appunto, responsabilità certe, generando così il sommarsi dei timori burocratici, e penali, alla paura di ammalarsi. Non è chiara neppure la posizione “scientifica” del Comitato Tecnico Scientifico che sembra animato solo dalla principale preoccupazione di ribadire, con pervicacia, la tesi secondo la quale sappiamo ancora troppo poco del virus per potere assumere comportamenti che non siano quelli della massima prevenzione, tradotta però in regole praticamente impossibili da applicare senza ricorrere a un nuovo lockdown. Si potrebbero fare moltissimi esempi in tal senso, ma ne bastano pochi per comprendere i tratti del fenomeno. In materia di trasporto pubblico, il Comitato tecnico scientifico sembra aver indicato al Governo la possibilità di riempire gli autobus fino al 75% della capienza, poi portata all’80%: difficile immaginare chi possa controllare e soprattutto chi possa gestire eventuali resse, che saranno molto probabili perché non si è proceduto, e pare non si voglia procedere, invece a modificare i cosiddetti “orari di punta” delle attività pubbliche e private. Lo stesso Comitato sostiene che si possono riempire gli autobus al 75-80% solo se l’aria a bordo viene continuamente rinnovata grazie a filtri certificati e in presenza di divisori. In pratica, bisogna in pochissime settimane rinnovare quasi per intero il parco mezzi di molte aziende dei trasporti nell’ambito di un settore dove normalmente la produzione degli autobus avviene su ordinazione.
Nel caso degli scuolabus, poi, si è rischiato il risibile: possono essere “riempiti”, ma solo per tragitti della durata di quindici minuti! In tema di educazione fisica, si consiglia di farla all’aperto; se non è possibile, allora servono due metri di distanziamento interpersonale e “un’adeguata areazione” . In pratica nessun sport di squadra; magari si può lavorare sui fondamentali – tiri a canestro da soli, palleggi sopra la testa – e tanta solitaria ginnastica a corpo libero difficile da svolgere in palestre che hanno ben pochi accessi “refrigeranti” , peraltro difficili da utilizzare in inverno.
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Sono soltanto piccoli esempi ma davvero la distanza fra scrivere regole e applicarle, in tempi di pandemia, risulta abissale tanto da rendere simili stesure un vero e proprio esercizio quasi unicamente volto a dimostrare una sostanziale, e necessaria, buona volontà e a cercare modi di limitare le responsabilità. Con queste premesse, complicate dal virulento scontro sulla gestione della prima parte dell’epidemia, divenuta materia di campagna elettorale, l’apertura delle scuole dunque sembra essere diventata un atto politico perché non annunciarla avrebbe significato essere travolti dalle critiche, veicolate con forza da una narrazione pubblica dove il virus è la chiave di volta dei successi e degli insuccessi elettorali.
Del resto, perché aprire le scuole prima delle elezioni regionali e del referendum, così centrali per le sorti del governo, per poi procedere a nuove sanificazioni? Perché non aspettare una decina di giorni? Ma un’apertura “politica” sconta il pericolo di essere a macchia di leopardo, di aggravare le differenze e le distanze fra zone e zone e di subire brusche interruzioni, soprattutto in un contesto nazionale strutturalmente difficilissimo, non sanabile dai “miracoli” di un’estate, con scuole vecchie, con un corpo docente anziano e con infinite difficoltà in materia digitale. Purtroppo, però, se l’apertura diventa un atto politico, allora sulle sue conseguenze si aprirà una pericolosissima battaglia altrettanto politica destinata ad infiammare il paese e a demolire definitivamente quelle condizioni minime di necessaria convivenza imposte proprio dalla pandemia.
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Il vero tema è che la pandemia in corso ha cancellato l’ordinarietà delle nostre esistenze e ha occupato tutti gli spazi, a cominciare, proprio e in maniera inevitabile dalla politica. Di fronte a ciò, occorrerebbe forse un modello di istruzione e di formazione diverso che non può consistere nel provare, per tentativi, a fare quello che si faceva prima sperando di avere meno danni e meno interruzioni possibili. Occorrerebbe un modello che selezioni le priorità formative e ad esse dedichi gli spazi e le risorse per l’insegnamento in presenza, senza tornare al passato, utilizzando, al contempo, la didattica a distanza nei termini della forma complementare e integrativa di quella, indispensabile, in presenza.
Davvero, non si tratta di riaprire le “vecchie scuole”, ma di immaginare una scuola nuova.
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