Il Tirreno

Toscana

la psicologa

«Le famiglie devono imparare l’accoglienza»

Giacomo Galeazzi

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«I giovani con orientamento omosessuale che accompagno nello spazio terapeutico riportano spesso come dramma principale il sentirsi dire dai genitori “dove abbiamo sbagliato con te?”. Che tradotto significa: “sei venuto fuori fatto male, qualcosa si è inceppato, mentre nascevi o crescevi”», spiega la psicologa e Chiara D’Urbano.

La vicenda di Napoli dimostra che il primo ambiente in cui è difficile accettare l’omosessualità è la famiglia?

«La famiglia è un ambiente fondamentale per la costruzione della persona. Trovare accoglienza all’interno del proprio nucleo domestico non vuol dire comprendere o approvare tutto, ma trasmettere alla persona che ella non è radicalmente sbagliata».

Quali istanze pongono le famiglie?

«Con i genitori che si rivolgono a me come psicoterapeuta rifletto sull’importanza non solo di comprendere cosa voglia dire l’omosessualità, ma di aiutare la persona a integrare la propria dimensione sessuale nel tutto della personalità. Sto citando padre Giuseppe Piva, gesuita, da anni impegnato nella pastorale delle nostre sorelle lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. L’orientamento sessuale va compreso all’interno di una totalità ben più vasta, perché la persona non è tutta e solo nel suo essere attratta da uomini o donne».

Di quali valori si tratta?

«Il rispetto del proprio e dell’altrui corpo, la lealtà, la sincerità, la fedeltà, il dono di sé, sono valori che fanno la differenza tra i diversi modi di gestire la propria sessualità. Qui la famiglia e gli ambienti di fede possono fare molto: i giovani vanno affascinati rispetto alla bellezza dei messaggi evangelici, alla bellezza delle relazioni sane, serene, generose, fedeli». —



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