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Toscana

La politica si è accorta (di nuovo) del tema della concorrenza

Franco A. Grassini
La politica si è accorta (di nuovo) del tema della concorrenza

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La chiamata da parte del Congresso degli USA dei rappresentanti delle piattaforme giganti– Amazon, Google, Facebook, Apple– è una chiara dimostrazione che in quella che ancora è la più importante economia del mondo la politica si sta ponendo il problema dell’opportunità di riconsiderare le norme sulla tutela della concorrenza e soprattutto della sua applicazione.

Questa, infatti, a partire dai primi anni Settanta ha molto risentito delle teorie della scuola di Chicago. Gli economisti di tale gruppo sostenevano che molte attività, che erano considerate anticompetitive, in realtà erano strategie del tutto ragionevoli per migliorare l’efficienza aziendale. Ad esempio le politiche di prezzi predatori, vale a dire al di sotto dei relativi costi, non dovevano essere considerate illegali per il semplice fatto che eliminando concorrenti e conquistando un potere di monopolio, il successivo rialzo dei prezzi avrebbe stimolato l’ingresso di nuovi concorrenti.

Non molto accettata dalla maggior parte degli economisti la scuola di Chicago ha, invece, influito notevolmente sulle sentenze dei tribunali non solo negli USA. La conseguenza è stata un rafforzamento delle imprese maggiori.

Uno studio dell’OECD ha indicato che tra il 2000 ed il 2014 le quote dei rispettivi mercati da parte delle 8 maggiori imprese è cresciuta negli USA dal 28% al 35% ed in Europa dal 30% allo stesso 35%. Non tutto ovviamente, ma quote non indifferenti. Tanto più perché la forza dei grandi ha mantenuto stabili i salari ed ha frenato i nuovi investimenti. Un aspetto, infatti, non sempre considerato è quello relativo all’ormai molto diffuso fenomeno che, se nasce una nuova piccola impresa innovativa qualcuno dei grandi procederà ad acquistarla, molto spesso ad un elevato prezzo, e utilizzerà il nuovo prodotto o la nuova tecnologia con modalità che non danneggino, magari consentendo i tempi per ammortizzare, la loro presente attività. C’è, poi, un aspetto poco considerato: quello di comportamenti bivalenti da parte dei monopolisti. Sembra pratichino prezzi molto convenienti per i consumatori, ma facendo pagare molto per la pubblicità di fatto costringono i produttori ad elevarli senza che i primi se ne rendano conto.

Alcuni economisti hanno, inoltre, sollevato il problema della reale indipendenza e, di conseguenza, delle operazioni consentite, delle autorità preposte alla tutela della concorrenza. Il passaggio di alcuni membri delle stesse a occupazioni nei monopoli o in attività professionali al loro servizio si è verificato in alcuni Paesi, non per fortuna in Italia. Questo dell’indipendenza, come tutte le questioni etiche, può essere migliorato da precise normative, ma i trucchi possibili sono così tanti che è necessario affidarsi alla coscienza dei singoli. In Italia non ci sono imprese con poteri di monopolio, salvo non volessimo considerare tali alcuni detentori di prodotti unici del made in Italy.

Siamo, per altro, membri non irrilevanti dell’Unione Europea. È in tale sede che dobbiamo spingere perché regole ed applicazione delle stesse riducano il potere dei monopoli e auspicabilmente anche la loro esistenza.



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