Il Tirreno

Toscana

L’allarme dei Comuni 

Posti ridotti sui bus, rischia di saltare il trasporto scolastico

Matteo Scardigli

Gli enti locali costretti a raddoppiare corse o pulmini: portare  i bimbi a lezione potrebbe costare 100 milioni invece di 50

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Allarme in Toscana per le nuove norme anti Covid-19 sugli scuolabus, che rischiano di far saltare il servizio di trasporto degli alunni a poco più di un mese dalla prima campanella. Paolo Omoboni, sindaco di Borgo San Lorenzo e delegato Anci (l'Associazione nazionale Comuni italiani) per mobilità e trasporti, avverte: «L’obbligo di dimezzare i posti sui pulmini per i Comuni significa dover raddoppiare mezzi e personale, servono soldi dallo Stato o non ce la faremo».



Le nuove linee guida nazionali prevedono che il metro di distanziamento sui mezzi di trasporto sia rispettato anche tra alunni sugli autobus del trasporto scolastico. Potrà essere utilizzato solo 1 posto a sedere ogni 2: così la capacità degli scuolabus sarà dimezzata. Per i Comuni , che organizzano il servizio, la scelta obbligata è di moltiplicare i bus e/o le corse, e quindi gli autisti. «Rispetto all’obbligo di distanziamento di 1 metro sullo scuolabus sono previste eccezioni per fratelli e sorelle o per i tragitti con tempo di percorrenza inferiori a 15 minuti. Così si danneggiano le famiglie che abitano più lontano da scuola, che fanno maggiore uso del servizio e i Comuni al di fuori delle aree metropolitane, soprattutto quelli piccoli e montani» spiega Omoboni.



Dal rapporto Anci redatto nel 2019 su un campione di 236 Comuni toscani (su un totale di 276) emerge che fanno uso del servizio di trasporto scolastico oltre 52 mila 500 bambini e ragazzi di scuole materne, elementari e medie. Il 18% è costituito dai più piccini, contro il 52% dei bambini di età compresa fra i 6 e i 10-11 anni; il rimanente 30% infine è rappresentato dai più grandicelli.



I Comuni possono gestire l'offerta del servizio scuolabus in una qualsiasi combinazione di economia (cioè pagando di tasca propria col denaro delle casse comunali), dando il servizio in appalto (quindi aggiudicando il servizio al miglior offerente) e ricorrrendo al solo servizio di linea. Le tipologie più diffuse sono, nell'ordine, l'appalto (92 Comuni, 39%) seguito dalla gestione diretta o in economia (56 Comuni, 24%); infine la combinazione “appalto più economia”: parte a gestori esterni, parte gestione diretta (38 Comuni, 16%).

«I Comuni toscani spendono circa 50 milioni l'anno in trasporto scolastico e se le previsioni dovessero essere confermate con il raddoppio si arriverebbe a una cifra che si aggira intorno ai 100 milioni», chiosa Omoboni parlando di «inevitabili maggiori spese che andrebbero a gravare sulle casse dei Comuni, già provate dall'emergenza Covid-19; insostenibile».



«Abbiamo bisogno di avere il prima possibile le norme definitive in modo tale da poter ristrutturare il servizio per tempo. E necessitiamo di risorse aggiuntive dallo Stato. Ma anche così non è detto che i Comuni e le aziende che gestiscono il servizio possano affrontare gli investimenti», prosegue Omoboni. Comuni e aziende si troverebbero infatti a dover assumere dipendenti senza poter prevedere il tempo determinato o indeterminato, e reperire bus che - al momento in cui verranno tolte le misure restrittive - potrebbero poi rimanere a prendere polvere nei magazzini o nei piazzali.

In teoria sarebbe possibile evitare il raddoppio dei mezzi impiegando addetti alla sanificazione tra una corsa e l'altra, ma queste dovrebbero comunque essere aumentate e - visto che l'orario scolastico non è in discussione - anticipate la mattina e posticipate al rientro. Perciò Omoboni avanza una proposta: «Fermo restando il rispetto delle precauzioni occorre conciliarle con la sostenibilità del servizio, valutando le esigenze e le peculiarità delle singole zone. Una riduzione della capacità fino al 10% potrebbe essere tollerabile, quando non fosse possibile ottenere la piena capacità di utilizzo dei bus». —

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