Il Tirreno

Toscana

Il mare toscano sta morendo di caldo, la “febbre” uccide la gorgonia rossa

Matteo Scardigli
I sub di Greenpeace immersi nelle acque del’Elba e di Pianosa mentre mostrano i danni causati dall’innalzamento della temperatura dell’acqua (FOTO GREENPEACE) e l’ecosistema marino che muore
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I sub di Greenpeace immersi nelle acque del’Elba e di Pianosa mentre mostrano i danni causati dall’innalzamento della temperatura dell’acqua (FOTO GREENPEACE) e l’ecosistema marino che muore

Allarme di Greenpeace che all’Elba rileva una temperatura anche di venti gradi a meno 35 metri di profondità

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Il nostro mare - quello dell’Elba - muore di caldo. E non è un modo di dire. Flora e fauna del Mediterraneo sono letteralmente in pericolo di vita perché l'acqua, anche in profondità, si scalda troppo, troppo velocemente e rimane calda troppo a lungo (non si raffredda quando e quanto dovrebbe) perché l'ecosistema possa sopravvivere. È l'allarme lanciato dai volontari di Greenpeace, impegnati in questi mesi nella spedizione di ricerca “Difendiamo il Mare” insieme all'università di Genova nell'ambito del Progetto “Mare Caldo” a bordo della Bamboo, vela della fondazione Exodus di don Antonio Mazzi.

I primi test

Tutto inizia nel dicembre 2006. Nelle acque dell'isola d'Elba vengono calati termometri sottomarini, che in quattro mesi registrano una temperatura media minima di 14 gradi. È l'ultima volta che la comunità scientifica compie questo tipo di rilevamenti in quello specchio d'acqua. Poi, a novembre 2019, Greenpeace decide di installare -in loco sì proprio all’Elba - una centralina di rilevamento propria, come ce ne sono altre sulle coste mediterranee di Francia e Spagna, e molto simile a quelle collocate a Ischia, Otranto e Portofino; le uniche in Italia. L'organizzazione ambientalista ripete l'esperimento di quasi 15 anni prima, stesse profondità e stesso periodo di tempo, ma il risultato è molto diverso.

Misurazioni a - 40 metri

I primi dati ricavati dai sensori, che si spingono fino a 40 metri al di sotto della superficie, segnalano che a inizio giugno c'è stato un aumento repentino delle temperature, che attorno ai meno 35 metri sono arrivate fino a 20 gradi sopra lo zero. È il primo campanello d'allarme. Il secondo suona al confronto con i vecchi dati: la temperatura media minima nel periodo invernale è cresciuta di un grado; una differenza quasi impercettibile per noi umani ma devastante per il delicato equilibrio dell'ecosistema sottomarino, paragonabile a una vera e propria “febbre”.

I sintomi della “febbre”

I volontari-dottori allora vanno a visitare il “paziente”, la muta da sub al posto del camice bianco, riscontrando tutti i sintomi del riscaldamento: presenza di mucillagine, necrosi e sbiancamento degli organismi.

«Le specie simbolo del Mediterraneo, i grandi ventagli colorati delle gorgonie bianche, gialle e rosse, stanno morendo», spiega la dottoressa Giorgia Monti, responsabile Campagna Mare di Greenpeace Italia: «Durante le immersioni è stata rilevata anche la presenza di pesci tipici di altre latitudini dove l'acqua è più calda». Eppure nelle nostre acque sono tornati - si spera per restare - foche e cetacei, e si potrebbe quindi pensare che non tutto il male viene per nuocere. Sbagliando.

Il ritorno dei cetacei

Il rapporto causa-effetto tra acqua più calda e presenza degli animali, così evidente ai nostri occhi, è in realtà privo di un valore scientifico. «Può darsi che i due fenomeni siano collegati ma non sarebbe corretto stabilire un legame univoco, e nemmeno con il lockdown», premette la dottoressa, che poi spiega: «Certamente questi mammiferi, nei mesi passati, sono stati disturbati meno dalle attività umane. Ma la quarantena è stata troppo breve per poter essere considerata un fattore rilevante». Nel frattempo avanza silenziosa la mucillagine, soffocando le gorgonie con morìe che in alcune aree arrivano fino al 50% delle colonie, con una copertura quasi totale dei fondali tra i 10 e i 30 metri.

Sbiancamento dei coralli

A questo fenomeno si accompagna anche lo sbiancamento di alcuni coralli e la morte di numerosi individui di nacchere di mare. La prognosi dunque è definitiva? L'esempio virtuoso dell'isola di Pianosa sembrerebbe dimostrare il contrario. «Alcuni di questi segnali si osservano anche lì, ma trattandosi di un'area totalmente protetta la situazione è diversa. In un ambiente ad alto tasso di biodiversità l'ecosistema si adatta meglio», spiega ancora Giorgia Monti concludendo che «dimezzando le emissioni di gas serra e rafforzando la rete già esistente di aree protette si può alleviare la crisi di un ecosistema già al collasso, per via dell'inquinamento da plastica e della pesca distruttiva, di cui i cambiamenti climatici sono solo l'ultimo tassello». —


 

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