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Sarà davvero finita quando avremo la musica
Un muro sottile ancora ci divide, non riusciamo a toccarci. Ma un giorno qualcuno si metterà a suonare
Due aspetti trovo orribili del Coronavirus che ha travolto le nostre vite. Il primo, che per fortuna grandissima non ho sperimentato, è che si muore da soli. E questa è una cosa che va contro il principio stesso di umanità. Il secondo, assai più moderato corollario del primo, è che anche se il lockdown è finito, il distanziamento sociale prosegue. Non con la brutalità dei mesi scorsi, sia chiaro, quando passare sullo stesso marciapiede era da temerari, ma prosegue.
Ci rivediamo, torniamo al lavoro, torniamo a cenare insieme, ma è come se un muro sottile ancora ci dividesse. Senza cadere nel patetismo di Conte quando diceva ‘torneremo ad abbracciarci’, ecco mi chiedo: quando?
Con o senza mascherina stiamo tutti attenti non dico ad abbracciarci ma neppure a toccarci per sbaglio. Eppure di motivi per almeno stringerci le mani ne avremmo, a meno di non considerare l’amicizia qualcosa di cui si può fruire anche online. E invece nulla, passano i giorni e vedo ancora una profonda diffidenza. Mai pensato che ne saremmo usciti migliori, anzi. Ma vedo che tra le conseguenze di questa pandemia la distanza tra le persone è aumentata e sta aumentando.
Il Coronavirus ha accentuato in maniera esponenziale la tendenza all’isolamento, all’egoismo, alla paura dell’altro, alla voglia di rinchiudersi nella propria tranquillità domestica che già la nostra generazione aveva e che ora può esplodere con una scusa valida.
In un momento di massima paranoia era stata vietata persino la respirazione bocca a bocca, qualora uno avesse rischiato di affogare. Se quindi domani cadessi per strada avrei la ragionevole certezza che nessuno si fermerebbe ad aiutarmi.
Nel cortile di Palazzo Vecchio, a Firenze, c’è questo pianoforte da poco meno di un anno. Non credevo che avrebbe avuto successo e invece c’era sempre qualcuno che suonava, mattina, pomeriggio e sera, con più o meno bravura. Il suono si propagava non solo nei cortili ma risaliva su fino al museo attraverso gli scaloni vasariani. Ecco, anche questo pianoforte ora è muto, sigillato. Neppure i suoi tasti si possono toccare.
Senza voler scomodare atti eroici, mi sono immaginata che arrivi qualcuno, un giorno, giovane o vecchio, bravo o meno bravo non importa, che si siede e si mette a suonare. Così, semplicemente. La polizia municipale dovrebbe fermarlo, accorre ma non se la sente. Lui o lei continua a suonare. Le persone che passano si fermano ad ascoltare. Non c’è nessuno che ha paura se si sfiorano quei tasti. E forse allora sarà davvero finita.
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