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Toscana

Il Governo, le Regioni e una “imposizione” che in realtà è un invito

Emanuele Rossi
Il Governo, le Regioni e una “imposizione” che in realtà è un invito

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Leggo sui giornali una notizia che, come costituzionalista, mi provoca un certo effetto: "il Governo impone la legge sulla doppia preferenza di genere alle sei Regioni inadempienti". Perbacco! Da quando in qua il Governo può imporre a una Regione di approvare una legge? Addirittura definendone il contenuto? Mi devo essere perso qualcosa.

Cercando di penetrare la rivoluzione del diritto costituzionale che evidentemente si è realizzata a mia insaputa (e ad insaputa dei miei colleghi costituzionalisti), vado a indagare sul sito del Governo, dove leggo il resoconto della seduta in cui sarebbe stata deliberata la suddetta imposizione.

Si dà notizia di una "informativa" del Ministro per gli Affari regionali "in relazione a una ricognizione effettuata sulla legislazione regionale in materia di elezione dei Consigli regionali". Da tale ricognizione, prosegue il comunicato "è emerso che le leggi elettorali di talune Regioni non sono state adeguate alle disposizioni di principio introdotte dalla legge 15 febbraio 2016, n. 20, volte a garantire l’equilibrio della rappresentanza tra donne e uomini nei Consigli regionali".

Punto. Questo è ciò che ha fatto il Governo: ha ascoltato un’informativa in cui si dava notizia di una ricognizione.

Dopo di ciò, mi informo meglio su cosa è successo dopo. E scopro che il Ministro Boccia ha inviato una lettera alla Conferenza delle Regioni per sollecitare le Regioni interessate, "pur nel rispetto dell’autonomia loro riconosciuta dalla Costituzione", a "intervenire prontamente sulle rispettive legislazioni elettorali, al fine di promuovere le pari opportunità tra donne e uomini". Una lettera, tra l’altro, di cui non vi è traccia sul sito del Ministero né su quello della Conferenza delle Regioni.

Dunque l’ "imposizione del Governo" diventa un cortese invito del Ministro: per favore, se potete, sarebbe meglio, ecc.

Si potrebbe ragionare su come la comunicazione giornalistica trasmetta le notizie, ma a me sta a cuore soprattutto far capire ai lettori che nessuna rivoluzione del diritto costituzionale si è consumata. Il Governo non può imporre alle Regioni di legiferare. Può soltanto reagire una volta che queste l’abbiano fatto, ma in questo caso ha sessanta giorni di tempo. Passati i quali, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Quelle leggi regionali che il Governo ora critica erano passate indenni una volta approvate, ed ora non è più possibile (da parte del Governo) intervenire, se non con un cortese invito.

Nella sostanza, dunque, al momento le cose restano come sono. E considerato che il 20 settembre si vota, e che ben prima di quella data devono essere definite liste e programmi, per le regioni quest’anno interessate al voto possiamo metterci l’animo in pace: delle misure dirette a promuovere la pari opportunità di genere nelle elezioni regionali se ne riparlerà la prossima volta. Sempre con un cortese invito, ovviamente: l’importante è che lo sappiano i giornali.

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