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Spedizione per Martina con taglierini e manganello da Genova alla Toscana
La polizia blocca e denuncia 7 persone dirette al paese dove risiedono i giovani assolti per la morte della studentessa volata giù dal balcone di un hotel
Castiglion Fibocchi o (arezzo)
Sul pulmino avevano uno striscione. «Giustizia per Martina». Martina è Martina Rossi, una ragazza genovese poco più che ventenne quando, nel 2011, muore precipitando dal balcone di un albergo in Spagna. Secondo la Corte di Appello di Firenze, la sua morte è stata accidentale. Secondo i 7 che giovedì sera viaggiano nel van bloccato dalla polizia stradale non è così. Ecco perché portano lo striscione. Ma anche taglierini, un manganello e «altri oggetti atti a offendere». Perciò i 7 genovesi vengono fermati prima di arrivare nel paese dove risiedono i due ragazzi assolti dall’accusa di aver tentato di stuprare Martina. E di averne causato (di conseguenza) la morte costringendola a fuggire da un balcone per sottrarsi alla violenza di gruppo.
I 7 bloccati sostengono di essere partiti dalla Liguria per la Toscana per una missione di “giustizia”. Per una manifestazione pacifica, per esprimere l’indignazione per la sentenza recente, esponendo il loro striscione: “Giustizia per Martina”.
Però quando la polizia ferma il pulmino che da Genova è diretto a Castiglion Fibocchi dove risultano residenti i due giovani uomini assolti dalle accuse di tentata violenza di gruppo e morte in conseguenza di altro reato, non trova solo lo striscione. Trova e quindi sequestra anche taglierini, un manganello telescopico, un moschettone con coltello multifunzionale, vernice spray, alcuni fumogeni nautici e materiale vario utilizzabile per vergare scritte. Quindi la polizia denuncia i 7 passeggeri per porto di oggetti atti ad offendere. E prepara un foglio di via con divieto di ritorno nel comune di Castiglion Fibocchi.
Secondo accertamenti il gruppo voleva “esclusivamente” organizzare un gesto di solidarietà nei confronti del padre di Martina Rossi, che è stato un sindacalista storico dei portuali di Genova. E che dopo la sentenza di assoluzione dei due ragazzi, ha avuto parole molto dure. Soprattutto perché la sentenza di assoluzione è stata piena: la corte, infatti, ha stabilito che il “fatto non sussiste”. Che il reato non è stato commesso. Almeno il reato che non era ancora prescritto: la tentata violenza di gruppo (l’accusa di morte in conseguenza di altro reato era già decaduta). «Non c'è niente, Martina non c'è più, e anche la giustizia non c'è più» sono state le prime parole di Bruno Rossi subito dopo la lettura della sentenza di appello. «La giustizia italiana si è interrotta sul lavoro fatto in precedenza. Sono arrabbiato: l'assoluzione perché “il fatto non sussiste” sconvolge ogni logica, vuol dire infangare l'onore di Martina, vuol dire sostenere che mia figlia è volata giù da sola da quel balcone». —
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