L'economia mondiale rallenta la sfida per famiglie e imprese
Difficilmente accade che la maggior parte degli osservatori concordino su un fenomeno economico, ma da qualche settimana sempre più frequenti sono le fonti che prevedono un rallentamento, una recessione o una crisi, in tutto il mondo o quasi, dell’economia. Fanno eccezione, tanto per cambiare, Donald Trump e Matteo Salvini, ma questo rientra nella normalità. Sulle motivazioni, invece, le analisi divergono.
Per il premio Nobel Paul Kruger i pericoli per l’economia mondiale sono in primo luogo i timori di guerra commerciale globale e negli Usa dal temporaneo blocco della spesa pubblica che potrebbe ripetersi. I pericoli sono accentuati dal fatto che la Cina, la cui economia è profondamente sbilanciata, non può continuare a crescere alla velocità del passato in particolare nel settore manifatturiero. In Europa, secondo il Premio Nobel, oltre all’invecchiamento della popolazione, il principale colpevole è la Germania “ossessionata dalla necessità di un surplus di bilancio” ma l’incertezza è alimentata da Italia e Brexit. Si aggiunga che la politica monetaria può poco perché i tassi d’interesse sono molto bassi e in Europa la Germania si opporrebbe a una politica fiscale espansiva. Nel complesso tuttavia questi pericoli sono molto minori dei fattori che hanno provocato la crisi finanziaria del 2008. Se ne può dedurre, Kruger non lo dice, che non abbiamo in vista una recessione nel mondo oltre che in Italia ma un passo più lento.
Ci sono, per altro, diversi ulteriori segnali di rallentamento. Il commercio internazionale che è ed era stato un fattore determinante della crescita mondiale ed era salito dal 39% del reddito globale nel 1990 al 61% nel 2007, è sceso al 58% lo scorso anno. Una delle cause di tale riduzione è la maggior importanza che stanno avendo i servizi. Si può certamente avere un call center in Romania se non in India, ma è quasi impossibile per un avvocato cinese essere presente, con le capacità tecniche e linguistiche necessarie, in un tribunale di Amsterdam.
Aspetto di grande rilievo per la riduzione degli investimenti e, di conseguenza, per il ritmo di crescita è l’incertezza che deriva dalla politica dove le forze tradizionali sono indebolite e sono emersi soggetti, da Trump a Salvini, le cui scelte sono difficilmente prevedibili.
Sarebbe facile dire che la soluzione da trovare è politica, ma con i sondaggi che confermano la fiducia nella maggioranza e le ardue scelte della prossima legge di bilancio, sarebbe un’utopia. L’Italia può accelerare il passo se le famiglie spingeranno i giovani a forme di istruzione all’altezza dei mutamenti tecnologici in corso. Occorre, inoltre, che le molte imprese, che alle capacità di innovazione uniscono grande attenzione alle persone ed alle comunità in cui sono localizzate, trovino le risorse finanziarie necessarie per accelerare lo sviluppo. Anche qui- dal crowdfunding ad altre simili iniziative- tutto dipende dalla parte volenterosa della gente. Il passo dell’economia può diventare meno lento se si parte dal basso e siamo responsabili.
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