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E un decreto per l’emergenza non basta a rilanciare il paese
Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri, e faticosamente pubblicato nella “Gazzetta ufficiale”, è stato definito "Rilancio" ma in realtà avrebbe dovuto essere qualificato come decreto emergenza. Si tratta di una manovra importante di circa 55 miliardi, che per quasi 2/3 sono destinati appunto a fronteggiare l'emergenza; a permettere, in estrema sintesi, la sopravvivenza del sistema economico e la tenuta sociale del paese. I numerosissimi articoli contengono vari bonus, il congelamento e la parziale cancellazione dei versamenti fiscali, il prolungamento della cassa integrazione, i sussidi a fondo perduto alle imprese e altre misure di natura una tantum che dovrebbero servire a consentire la traversata del deserto fino a settembre. Sono quindi strumenti per l'emergenza, a cui si aggiungono alcuni, rilevanti, provvedimenti per rendere il sistema sanitario in grado di fronteggiare una eventuale seconda ondata della pandemia.
C'è davvero poco, invece, proprio per il rilancio. Certo, è evidente che la necessità di supplire al crollo della capacità di produrre reddito da parte del paese costituisce la premessa di qualsiasi rilancio, ma è altrettanto chiaro che occorre una visione strategica su quali debbano essere i settori su cui puntare e su quali linee di fondo si intendano seguire per dimostrare di avere ben presente quanto la pandemia abbia cambiato le dinamiche del passato, ormai definitivamente remoto.
Alcuni articoli del decreto prevedono, in tale ottica, la possibilità per lo Stato, attraverso Cassa depositi e prestiti e Invitalia, non solo di acquistare obbligazioni di imprese italiane, ma anche di entrare nel loro capitale sottoscrivendo aumenti di capitale e intervenendo sul mercato secondario. Viene ipotizzato, parimenti, un Fondo specificatamente dedicato al mantenimento dei livelli occupazionali e alla tutela dei marchi storici per evitarne il fallimento o la delocalizzazione. Si tratta di misure rese possibili dall'allentamento delle norme europee sugli aiuti di Stato e che, ad oggi, non hanno una quantificazione precisa ma certo possono prefigurare il ritorno dello Stato imprenditore come strumento di risposta alla crisi e di rilancio.
Sembra riaffacciarsi dunque una prospettiva non troppo distante da quella coltivata all'inizio degli anni Trenta dal disegno di Alberto Beneduce e che si concretizzò nella nascita dell’Iri a cui fu affidato il delicatissimo compito di rilevare le partecipazioni delle aziende italiane travolte dagli effetti dell'incipiente autarchia, della crisi delle banche miste e dell'uragano del 1929. In quel frangente, un simile intervento significò la costosissima nazionalizzazione di interi settori che fu finanziata, in gran parte, con l'aumento della circolazione monetaria resa possibile dalla riforma della Banca d'Italia, operata nel 1936. Nel giro di pochi anni, all'interno delle architetture istituzionali del regime fascista, venivano cancellate le coordinate del mercato e l'Italia perdeva il contatto con i propri partner internazionali sul piano economico prima ancora che su quello politico, legando la sua bilancia commerciale alla Germania.
La rete delle partecipazioni statali, tuttavia, non si esaurì con il fascismo ma proseguì e, per vari aspetti, si intensificò nel dopoguerra, alternando scelte strategiche - dal piano Sinigaglia, ad alcune suggestioni del Piano del lavoro di Di Vittorio, al Piano Vanoni alla Nota di Ugo La Malfa, alla nazionalizzazione dell'energia elettrica - e salvataggi decisamente "politici", privi di prospettiva. In altre parole, la storia economica del nostro paese tende a dimostrare che l'intervento dello Stato nei momenti di crisi è indispensabile, ma servono poi una visione e una capacità di indirizzo di natura strategica non facili da mantenere al riparo dalla mera ricerca del consenso. Per questo, al decreto definito "di rilancio" deve fare seguito, subito, la definizione dei settori dove l'ipotizzato intervento statale dovrà prendere corpo, nell'ambito di un'economia mista di nuova generazione. In caso contrario il necessario salvataggio pubblico si tradurrà in un pericoloso statalismo onnivoro che non ha nulla a che vedere con l'interesse collettivo.
Un’ultima considerazione ancora in merito al rilancio. Da più parti si insiste, giustamente, sulla necessità di semplificare e sburocratizzare le procedure, adottando regole di emergenza. In realtà, in questo momento, l'attività di produzione di norme di carattere straordinario, generate da governo e Regioni, non si sostituisce, semplificandola appunto, alla normativa ordinaria, ma si aggiunge ad essa, in alcuni casi sovrapponendosi sulla stessa materia, in altri casi affiancandosi, in altri ancora persino contraddicendola, senza tuttavia definirne la sospensione o il superamento. Per semplificare abbiamo ancora più regole e condizionalità perché la disciplina straordinaria e quella ordinaria si sommano creando l'unica inflazione che ancora cresce, quella legislativa; e soprattutto partorendo un mostruoso linguaggio comprensibile solo a pochissimi sacerdoti della religione del rinvio, certo non adatto a rilanciare alcunché.
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