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l'editoriale

Strage di Capaci, l'oro nelle cicatrici

di Fabrizio Brancoli
Strage di Capaci, l'oro nelle cicatrici

Il Tirreno ha esposto un telo bianco, come migliaia di edifici in tutta Italia, per ricordare la data dell’attentato mafioso

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C’è questa arte giapponese nata nel’400, mentre da questa parte del mondo si sognava il Rinascimento e si partiva per l’America senza saperlo. Può darsi che ne abbiate sentito parlare, è una pratica profonda e preziosa. Si chiama kintsugi. Comincia tutto con un danno. Un oggetto va in frantumi: pensate a un vaso, a una teiera. Allora tu, invece che buttarlo, lo fai riparare. Maestri artigiani rimettono insieme i pezzi, ripercorrendo le linee di frattura con oro liquido o con una lacca di polvere d’oro. Nei secoli, da manufatto è diventato filosofia. Abbracciare il danno, non vergognarsi delle ferite. È l’idea che le cicatrici possano essere esibite. Dal pianto al vanto. Penso alla lezione del kintsugi quando rivedo le immagini dell’autostrada A29 di Capaci e del numero civico 21 di via D’Amelio. Penso a quelle enormi cicatrici sull’asfalto e all’oro che ci servirebbe per ripararle, ogni giorno.

Ieri Il Tirreno ha esposto un telo bianco, come migliaia di edifici in tutta Italia, per ricordare la data dell’attentato mafioso che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Su un telo bianco puoi immaginare di scrivere ciò che vuoi; è una promessa aperta. L’energia del pensiero e dell’azione di Falcone percorre 28 anni di cocci spezzati dentro di noi. E ci raggiunge. Ci parla di quei tempi e di questi. «L’importante è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare da lei. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza». Parole perfette oggi, contro un altro nemico invisibile e letale. Riparare le ferite. Domare l’incoscienza. Convivere.

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