Il Tirreno

Toscana

L’europa non è più ossessionata dal debito

Alessandro Volpi
L’europa non è più ossessionata dal debito

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Il recente decreto “Rilancio” presenta un elemento chiaro; per oltre metà delle sue voci dovrà essere coperto con il debito e dunque grazie al sostegno europeo; la domanda inevitabile è se ciò sarà veramente possibile. Fortunatamente, qualcosa sembra muoversi in tal senso. La Corte di giustizia europea ha risposto con fermezza alla sentenza della Corte federale tedesca, intervenuta sulla legittimità dell'operato della Bce, riaffermando la propria esclusiva competenza a verificare se un atto di un'istituzione dell'Unione sia o meno conforme al diritto dell'Unione. Dunque il tribunale tedesco non ha alcun titolo a esprimersi su tale materia e deve astenersi dal farlo perché, scrive la Corte europea, «eventuali divergenze tra i giudici degli Stati membri in merito alla validità di atti del genere potrebbero compromettere l'unità dell'ordinamento giuridico dell'Unione e pregiudicare la certezza del diritto». A questa ruvida replica si è accompagnata l'immediata dichiarazione della presidente Lagarde: la Bce è un'istituzione europea e, come tale, ricade soltanto sotto la giurisdizione della Corte di giustizia europea. Per simili ragioni, ha aggiunto, le strategie della stessa banca centrale non subiranno modifiche e, anzi, fronteggeranno gli effetti pesantissimi generati dallo shock pandemico. Si tratta di reazioni importanti perché fulminee, espresse in un linguaggio molto diretto e soprattutto perché volte a bloccare sul nascere i tentativi di contestare qualsiasi ipotesi di mutualizzazione del debito attraverso un drastico ridimensionamento della stessa Bce.

Dalla Germania è arrivato persino il giudizio del presidente del Bundestag Wolfgang Schaeuble, già feroce falco ai tempi di Draghi, secondo cui la sentenza della Corte federale tedesca è particolarmente pericolosa per la tenuta dell'euro e, dunque, assai inopportuna. Forse, anche in terra tedesca comincia a prendere corpo la consapevolezza che una rigida politica monetaria, ancora dettata dallo spauracchio della svalutazione e dell'inflazione, non ha più ragion d'essere con un indice dei prezzi inchiodato al di sotto dell'uno per cento. Forse, verrebbe da aggiungere, anche i tedeschi stanno capendo, visti i pessimi dati della loro produzione manifatturiera, che senza un po' di inflazione gli investimenti non hanno respiro e che senza una ripresa dei loro principali partner commerciali il motore delle loro vitali esportazioni non si riaccende. Non è difficile capire che Francia, Italia e Spagna pesano nella bilancia commerciale tedesca, e nella tenuta dell'euro, molto più di Olanda, Danimarca e Austria. Così come non è difficile capire che non esistono più le condizioni per una solitaria interlocuzione tedesca con gli Stati Uniti di Trump e con la Cina pandemica. Che le cose stiano cambiando emerge, altrettanto chiaramente, da un dato che riguarda in modo diretto il nostro paese.

Le agenzie di rating si sono espresse e hanno, di fatto, avvicinato sempre di più i titoli del debito italiano, sia pur con sfumature diverse, peraltro non del tutto comprensibili, a junk bonds, mostrando di nutrire molteplici dubbi sulla solvibilità del nostro debito. Queste valutazioni, insieme agli umori dei mercati e a qualche speculatore a cui piace vincere facile, hanno contribuito a rendere i Btp italiani più costosi dei titoli di altri paesi europei, mettendo in tensione gli spread. Tuttavia, di fronte ad un simile scenario già visto in passato nei momenti più cupi, questa volta è emerso un elemento, almeno parzialmente, nuovo. La Commissione europea, per bocca dell'algido lettone Dombrovskis, si è affrettata ad affermare che il debito pubblico italiano è certamente sostenibile nel medio termine e dunque non ha bisogno di misure di aggiustamento; una dichiarazione impegnativa, e anche un po' singolare, quando il debito italiano si appresta a superare il 160% del Pil e il deficit corre spedito ben oltre il 10%

. Anzi, la Commissione si è detta sicura che questo rapporto tornerà ad un più confortante 140% nel 2030! Ora, qualificare come sostenibile un debito che è cresciuto, in rapporto al Pil, di oltre 30 punti percentuali in brevissimo tempo significa davvero un cambiamento di prospettiva evidente da parte della Commissione europea che fino a poco tempo fa, proprio attraverso i falchi come Dombrovskis, esitava a concedere all'Italia margini di flessibilità di qualche frazione di punto, imponendo fantasiose clausole di salvaguardia capaci di trasformare le leggi di bilancio in esercizi virtuali sul versante delle uscite. L'Italia ha un fabbisogno finanziario lordo - deve raccogliere fondi sul mercato per finanziarsi - che si avvicina al 30% del Pil; una percentuale molto elevata ma che grazie alla Bce può coprire con tassi poco più alti dell'inflazione e destinati ad essere trasformati in "utili" di Stato attraverso gli acquisti della Banca d'Italia. Se la Commissione europea, finalmente, accetta di sposare la linea del "whatever it takes" e la sostiene in termini politici, le agenzie di rating smetteranno di dettare i tempi delle crisi e le ricette per uscirne. La pandemia e la netta percezione che il debito non sia il primo dei problemi per realtà produttive in ginocchio stanno cambiando ciò che sembrava immodificabile; e l’Italia non può che beneficiarne, trovando i necessari finanziatori al decreto per il proprio “rilancio”.

 

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