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Toscana

Io e i negozi di musica: una storia di dischi e dinosauri

Lorenzo Mei
Io e i negozi di musica: una storia di dischi e dinosauri

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Ricordo perfettamente la prima volta che ho sentito Blonde on Blonde di Bob Dylan. Ero a casa del mio amico Michele, uno dei primi a indirizzarmi verso la musica che avrei ascoltato per tutta la vita, e la puntina andò direttamente su Visions of Johanna. Che più o meno trentacinque anni dopo considero ancora la canzone più bella del mondo, scritta dal più bravo di tutti. L’album lo comprai da Raf Dischi, a Montecatini, uno scrigno di tesori che attirava clienti da mezza Toscana. Teneva solo vinili, eravamo a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, e Loriano era convinto che la roba che amavamo non sarebbe mai finita su cd.

Non è stato il primo negozio di dischi della mia vita, perché chiunque viva dalle mie parti è entrato da Enzino, al Superdisco, ed è uscito con un sacchetto rosso e un Lp dentro. Gli devo molto: mentre da ragazzino compravo un orrendo 45 giri, gli sentii consigliare a qualcuno The dark side of the moon, e proprio da lì è partito il mio viaggio musicale. Che magari mi ha portato un po’ lontano dai sax di Money, ma è stata comunque una partenza.

L’esordio di Leonard Cohen (Songs of Leonard Cohen)lo presi al Be Bop a Lula, che purtroppo non esiste più, e aveva una sede a Pistoia, quella dove andavo io. C’era una bella sezione offerte, e dava una tessera plastificata: un buco per ogni disco. Ne ho sforacchiate parecchie, e mi sono preso un po’ di dischi in omaggio, che spettavano alla fine di ogni tessera. Per esempio ricordo che mi guadagnai Hots Rats di Zappa (che non sta in questa lista, ma effettivamente potrebbe). Avevo il vinile originale (stampa italiana) ma lo prestai inopinatamente a qualcuno mille anni fa, senza più rivederlo.

Uno dei tre capolavori di Nick Drake (che ha fatto solo tre dischi), Five leaves left, lo comprai a York, in un piccolo negozio che vendeva usato: è un cd, uno dei pochi che ho dovuto ricomprare perché non si leggeva più. Per sbaglio, scordandomi di averlo già fatto (come succede a noi malati compulsivi), l’ho ricomprato due volte. Più una in vinile, ma quello non per sbaglio.

Anche Swordfishtrombones di Tom Waits, che per molti anni è stato l’amore più forte in campo musicale (ed è ancora sulle vette) viene da Raf. Quel fragore, quella svolta sonora fatta di martellate sugli incudini, del basso profondo di Greg Cohen, dell’avvenuta trasformazione di Tom da ubriacone da bar a orco romantico: era tutto perfetto per l’atmosfera di quel negozietto in una strada laterale, in cui tutto sapeva di Carboneria. Non c’erano in vendita i dischi che si vendevano davvero, ma solo quelli che ci piacevano.

E infine eccoci allo Sky Stone & Songs, dove ho preso la mia copia in vinile di Forever Changes dei Love, uno dei dischi a cui sono più legato in assoluto, con quell’attacco soprannaturale di Alone again or. Da René e Carla, in quel fortino partigiano che sta in piazza Napoleone a Lucca, ormai mi sento un pezzo di arredamento, se non rischio di essere invadente direi uno di famiglia. A volte mi trattengo dall’attaccare discorso con i clienti occasionali che spulciano tra gli album facendo quello che Maurizio Blatto chiama il gesto del castoro. Li vedo che fermano le dita su Astral Weeks e poi vanno avanti, e allora vorrei bloccare tutto e dire: no caro, ora questo lo compri e zitto. Invece per fortuna sto (quasi sempre) zitto io.

I negozi di dischi sono stati uno dei luoghi più importanti della mia vita. Solo le librerie e gli alimentari hanno contribuito nella stessa misura a fare di me quello che sono (qualsiasi sia il risultato). Non esiste città visitata negli ultimi 35 anni in cui non abbia cercato un negozio di dischi, da cui sia tornato senza un sacchetto pieno di canzoni. Una volta da Fopp, a Londra, sono uscito con 17 album. Ci ho portato i miei nipoti quando avevano 8 anni e ancora oggi mi fanno il verso, ricordando come mi muovevo tra gli scaffali: mimano le braccia corte di un tirannosaurus rex che arraffa cd con la stessa furia predatoria con cui squarterebbe la colazione. E il fatto più grave è che appena lo fanno a me viene in mente Marc Bolan. Che non è in questa lista, ma in effetti potrebbe.

Il punto è questo: il mio percorso, le mie scelte, le mie preferenze sono dipese in buona misura dalle persone che stavano e stanno dentro ai negozi di dischi. Quelle persone che lottano per restare aperti da anni, e ancora di più oggi, in questo inimmaginabile tempo di vita sospesa e – diciamocelo – di merda. Resistete, non mollate, e non lo dico solo a loro che li vendono, ma anche a voi che li comprate, i dischi. Non facciamoci cancellare, non estinguiamoci, non scompariamo come i dinosauri. Io mi vedo già lì, davanti alla porta spalancata da cui arriva, a un volume che a René non basta mai, una canzone di Glen Hansard, che non è in questa lista ma in effetti potrebbe. Ci vediamo allo Sky Stone, presto. E i dinosauri, muti.
 

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