Italia
Ripensare la casa e garantirla a tutti
Sembra evidente che questa epidemia renderà l'abitazione forse la principale risorsa sociale ed economica di tutti noi. Per un lasso di tempo non ancora definibile, si lavorerà molto di più da casa e si passerà molto più tempo di socializzazione in casa; è molto probabile che la casa diventi la sede di apprendimento e di studio largamente principale così come si cucinerà di più in casa e a casa si chiederà di farsi recapitare un gran numero di beni e prodotti. La casa sarà anche il luogo di fruizione della cultura e tutto ciò che occorre, in termini di servizi, se non lo si può ottenere on-line, lo cercheremo nei pressi dell'abitazione per evitare spostamenti. A casa, in larga misura, passeremo anche le nostre vacanze.
Queste banali considerazioni fanno emergere però un problema centrale. In Italia circa il 75 per cento delle famiglie vive in una casa di proprietà, una percentuale più alta di quella di molti paesi europei, e la superficie media delle abitazioni si aggira attorno ai 100 metri quadrati. Fin qui i dati sembrano incoraggianti; tuttavia, se si scompongono, emerge che la percentuale di case di proprietà è al Nord doppia rispetto al Sud, che le coppie under 35 proprietarie di casa sono solo il 6% e, soprattutto, che la metratura quadrata e la qualità delle abitazioni sono molto differenti da zona a zona. Ancora una volta, la media nel caso italiano è assai ingannevole perché la gran parte delle abitazioni risultano molto più piccole di 100 metri, accolgono famiglie "allargate" con figli e, spesso, nipoti, sono vecchie, in quanto la quota di nuova edificazione in tante parti del paese è davvero limitata e risale agli anni Ottanta, e sono ben poco servite in termini digitali. A ciò bisogna aggiungere che la nuova edilizia, per varie ragioni, ha preferito metrature quadrate molto ridotte nella prospettiva che, nella sostanza, la gran parte del tempo venisse trascorsa al di fuori dell'abitazione, a cominciare proprio dai luoghi di lavoro e persino in strutture come gli spazi del coworking. C'è quindi una prima serie di difficoltà, di natura edilizia, a "trasformare" simili abitazioni in uffici, luoghi di studio e di socializzazione. Ma esiste anche una questione urbanistica; dal secondo dopoguerra, con alcuni momenti, molto parziali, di ripensamento, le strutture urbane hanno teso a decentrare i servizi, a periferizzarli in aree più facilmente raggiungibili in auto o con i mezzi pubblici. Si è dissolta così la rete di vicinato, tipica dei nostri centri urbani, sia in termini commerciali sia in relazione ai servizi di fruizione pubblica. Ora l'epidemia ci obbliga a ripensare rapidamente edilizia e urbanistica avendo la casa "omnibus" come punto di riferimento centrale e un perimetro di spostamenti limitato. E' una grande sfida, molto difficile date le condizioni attuali, ma che dovrà essere colta e potrà diventare un tema economico di rilievo per la ripartenza. Avremo bisogno di strumenti urbanistici, con regole chiare che facilitino la ricostruzione della rete, e interventi mirati sul patrimonio immobiliare esistente per favorirne la socialità. Se le strategie di difesa e di convivenza con i pericoli di nuove accelerazioni dell'epidemia si basano in buona misura sulla permanenza a casa, che, in ultima analisi, è stata l'unica ricetta "sociale" della fase 1, e sul tracciamento, si manifestano, tra gli altri, alcuni ulteriori problemi da affrontare con rapidità. Esiste infatti una parte di popolazione che non è tracciabile e una parte priva di una casa, che dunque, in termini sanitari, rappresentano un aspetto di assoluto rilievo. Sono circa 650 mila i migranti irregolari nel nostro paese rispetto ai quali si pone, ora più che mai, il tema dell'assistenza sanitaria e delle condizioni per una regolarizzazione in grado di inserirli non solo nel circuito lavorativo, ma anche in quello della loro salute e, al contempo, di quella collettiva. Ci sono 50 mila senza tetto, in gran parte cittadini italiani, che non possono disporre di una dimora stabile e che sono quindi difficilmente individuabili, spesso privi di assistenza sanitaria. A questi dati dovrebbero esserne aggiunti altri, per quanto presentino caratteristiche diverse. In Italia, nell'arco di un anno, vengono emessi quasi 60 mila sfratti, solo in parte eseguiti, e gli affittuari morosi a rischio sfratto sono circa il 50% del totale degli affittuari. La natura "democratica" dell'epidemia e le necessità di protezione della popolazione dalla minaccia della sua diffusione non consentono di avere "esclusi" perché l'esclusione significa l'impossibilità di esercitare un controllo sanitario preventivo. In maniera paradossale il rischio del diffondersi della malattia diventa la spinta per la ridefinizione di uno Stato sociale inclusivo, unico strumento, ora, ad oggettiva tutela di tutti, ben oltre gli ideologismi e gli slogan.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
