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«Vedo la stessa voglia di ripartire del 1945 ma il nemico è invisibile»
Fiorello Fabbri, 92 anni, partigiano della gloriosa Brigata Buricchi e le analogie tra la guerra ai nazisti e quella al coronavirus
la storia
Alessandro Formichella
«Ieri ho messo i fagiolini, oggi metto i pomodori e domani 25 aprile, festa». Sofignano sopra Prato, l’orto appena innaffiato risplende sotto il sole della collina. Fiorello Fabbri, 92 anni, classe 1928, da dieci anni gira le scuole a raccontare agli studenti i giorni della Resistenza. Lui che la lotta di Liberazione l’ha vissuta per intero come “Gappista” della Brigata Buricchi. Ma questo 25 aprile, dopo 75 anni, sarà diverso. Isolamento, serrata dappertutto, anche se a Prato il sindaco Biffoni ha deciso di festeggiare con una breve cerimonia.
Che effetto fa non poter festeggiare il 25 aprile?
«Brutto. Io l’ho sempre festeggiato da 75 anni. Ma dobbiamo seguire le indicazioni. Bisogna stare a casa e lo faremo, ma se mi chiamano, pur con tutte le protezioni e mascherine, io scendo giù a Prato. Prendo la macchina e vengo alla celebrazione».
Altrimenti si metterà al computer e seguirà la manifestazione virtuale organizzata dall’Anpi?
«Certo. Ora su Facebook ci so andare anch’io dal telefono. Dal computer magari mi aiutano i nipoti. Seguirò anche da lì la manifestazione».
La voglia di partecipare si fa sentire.
«Io non posso stare fermo, come quando avevo 15 anni e iniziai a fare il partigiano. Sapesse che fatica rimanere in casa da oltre un mese, meno male che ho l’orto e ogni giorno fo una passeggiatina intorno a casa».
Nel 1945 il nemico si sapeva chi era, ma ora?
«Allora si sapeva eccome, erano i fascisti e i nazisti. Si girava con le armi e ci si vedeva, era guerra, ma si sapeva contro chi combattere. Ora è tutto diverso e forse anche più pericoloso, perché non si sa contro chi si combatte. Il coronavirus magari ti arriva e non sai né come e né perché».
Erano più bui quei giorni o quelli di oggi?
«Paragone difficile. Ripeto, quando eravamo in azione sapevamo che in ritirata verso l’Appennino c’erano i tedeschi, dietro gli alleati americani e inglesi. Si affrontava il rischio di non tornare a casa, eravamo consapevoli, ma le divise si riconoscevano. Il virus, la divisa non ce l’ha».
Che ricordi ha di quel 25 aprile del 1945?
«L’esultanza della gente. Dopo la liberazione di Prato, nei primi giorni del settembre del’44, il clima era cambiato. La liberazione qui l’abbiamo vissuta prima, e io tra l’altro ero stato mandato in Comune in rappresentanza del Cln con gli americani e gli inglesi. Come dire, stavo facendo anche l’esperienza politica di governo con gli alleati. Ma quando dopo il 25 aprile gli americani mi chiesero se volevo rimanere a lavorare in Comune, dissi di no. E tornai a lavorare con mio padre, nella piccola impresa edile di famiglia».
Quando si aprirà la Fase 2 e si allenteranno le misure di costrizione, sarà come vivere un altro 25 aprile?
«Sento dalle persone che la voglia è tanta, si vuole tornare ad una vita normale. In quei giorni c’era lo stesso desiderio, c’erano tante macerie a Prato dopo i bombardamenti nel ’44. Ma erano macerie visibili, sapevi dove andare e dover ricostruire. Ora forse è più difficile, il nemico è invisibile e c’è più smarrimento».
Ci sarà la stessa coesione, solidarietà, voglia di riemergere come allora?
«Penso proprio di sì. Forse, oggi, sul piano economico è anche peggio del’45. A Prato, ha chiuso il 90 % delle aziende. Cosa c’è di peggio per una città modello di lavoro se non chiudere le fabbriche? Ma avverto dalle persone che c’è tanta voglia di essere uniti per rinascere un’altra volta». –
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