Il Tirreno

Toscana

Essere comunità è meglio che essere Unione

Alessandro Volpi
Essere comunità è meglio che essere Unione

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L’Europa in questo momento avrebbe bisogno, molto probabilmente, di essere più comunità e meno Unione. L’idea di Unione è una meta troppo ambiziosa in una fase in cui prevalgono, ormai da tempo, gli egoismi nazionali e si perseguono più o meno credibili finalità autoreferenziali ad opera dei singoli Stati. Peraltro, una visione unitaria dell’appartenenza europea, al di là delle tante differenze destinate a emergere proprio nei momenti di crisi, è estranea a molte realtà, come quella tedesca, che hanno coltivato dimensioni federali; Guglielmo I e Guglielmo II hanno guidato un impero federale e neppure il Reich e le due Germanie hanno mai capito cosa realmente significasse una visione statuale unitaria che cancellasse le diverse Germanie.

Considerazioni analoghe possono valere per i Paesi Bassi e per altre realtà del Nord: l’unione, come sinonimo di unità, non ha avuto, storicamente, grande spazio al di fuori del linguaggio politico mediterraneo. Quindi, in questo momento, occorrerebbe recuperare la dimensione comunitaria a partire dall’etimologia latina del termine, più ancora che da quella greca: communitas e non koinonia. Comunità nel senso di cum munus, di scambio di “doni”, nel senso della relazione reciproca, della condivisione che non implica però la koiné, l’unione appunto, destinata ad implicare anche una comune identità, o quantomeno una comune appartenenza. Sembra una questione terminologica, ma non è così; se l’Europa non ha la forza economica e le condizioni storiche per essere un’Unione, deve mirare necessariamente ad essere una comunità, in grado di tenere insieme, senza fonderli in un ambizioso corpus culturale, gli interessi comuni, in base ad una visione condivisa e non ad una identità unica, avendo ben chiaro cosa non funziona più e cosa bisogna evitare.

In primo luogo pare non funzionare la diplomazia. L’attuale crisi non ha bisogno di diplomazia, di quel metodo fatto di estenuanti negoziati, condotti nottetempo da esperti e raffinatissimi artefici di trattative finalizzate a trovare punti impossibili di mediazione e di compromesso. Non hanno più senso le Conferenze, sul modello ottocentesco e novecentesco, da quella di Londra del 1827, a quella di Berlino del 1884, a quella di Monaco del 1938, fino alle tante Conferenze internazionali ed europee svoltesi nel secondo dopoguerra. Le scelte dell’Europa non possono essere il prodotto della diplomazia, intesa come l’arte della faticosa e sospettosa ricerca della composizione di interessi nazionali e particolari; la via per uscire dalla crisi epidemica deve invece essere radicale, netta e comune, non la combinazione artificiale di posizioni inconciliabili dei vari Stati del Vecchio Continente. Mescolando con cura una certa dose di Mes, con una punta di Coronabond e qualche goccia di Bei e di Sure si genera una formula venefica, non la pozione della salvezza.

La soluzione ha bisogno di una visione d’insieme, comunitaria appunto, non diplomatica, ma organica e fondata su un principio semplice per cui si utilizzano tutti gli strumenti in grado di far fronte alla distruzione del reddito causata dalla paralisi. In tale ottica, essere comunità e non Unione significa abbandonare la ricerca della mediazione, perché di fatto impossibile, e abbracciare invece una formula concreta e poco identitaria di soluzione dei problemi. Eliminando le paure di omogeneizzazione forzata tra popoli si accelera la strada di una ricetta comune senza bisogno di inutili riti diplomatici. Nella dimensione comunitaria vanno però cancellate le posizioni totalmente autoreferenti.

L’Olanda ha avuto nell’Europa successiva al Congresso di Vienna un ruolo decisamente marginale. Il Regno dei Paesi Bassi fu costituito come “Stato cuscinetto”, mettendo insieme territori belgi e olandesi, per evitare nuove tendenze espansionistiche francesi, e venne affidato a Guglielmo I di Orange Nassau. Nell’estate del 1830 i belgi insorsero per ragioni religiose ed economiche, ottenendo l’indipendenza. Da allora l’Olanda visse ai margini del Vecchio Continente, dichiarando la propria neutralità durante la prima e la seconda guerra mondiale: in questa seconda occasione le truppe di Hitler violarono la condizione di neutralità olandese e invasero il paese per poi attaccare più facilmente la Francia. Quando presero corpo le prime istituzioni europee, nell’immediato dopoguerra, per iniziativa francese, italiana e tedesca l’Olanda decise di aderire ad esse, insieme a Belgio e Lussemburgo, per evitare di risultare ancora più irrilevante nel contesto internazionale; una irrilevanza aggravata all’inizio degli anni sessanta dalla perdita delle antiche colonie. Da allora, l’economia olandese ha vissuto di esportazioni in larga parte dirette verso l’Europa. Nel 2018, su un interscambio con l’estero di poco più di 950 miliardi, quasi 600 avvenivano con paesi dell’Unione europea. Negli ultimi anni, approfittando anche delle condizioni permesse della stessa Ue in materia di regole fiscali e adottando un diritto societario particolarmente leggero ed “elastico”, ha accolto la sede legale di numerose società provenienti da altri Stati europei.

Un ultimo dato, non trascurabile nei termini, certo non sempre politicamente corretti, della geopolitica: l’Olanda ha meno di 17 milioni di abitanti. Non possibile che il processo di trasformazione degli interventi europei per frenare la più grave crisi di sempre possa essere bloccato dai pur laboriosi e virtuosi olandesi.

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