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Coronavirus, il prof di Cisanello: «Tamponi a tutti per fermare la strage nelle case di riposo»
Secondo Fabio Monzani, direttore dell’Unità operativa di Geriatria a Cisanello, non c’è altro modo: «Il virus in una Rsa è come una “bomba”»
PISA. Ormai il bubbone è scoppiato. Il virus, vigliacco e insidioso ha varcato la soglia delle case di riposo trovando terreno fertile: uomini e donne fragili e debilitati che lì avevano trovato protezione sono stati catapultati all’improvviso in un campo di battaglia. Senza difese. Con loro, “bersaglio” del Covid-19, anche gli operatori che tutti i giorni garantiscono l’assistenza in queste strutture. Un’esplosione di contagi che al momento ha colpito soprattutto le rsa della provincia di Massa Carrara ma anche della Versilia, della zona del Fiorentino, dell’Aretino e del Senese dove, nelle ultime due settimane, queste piccole comunità si sono trasformati in “focolai”. Che cosa è andato storto nella gestione dell’emergenza in queste strutture? Secondo Fabio Monzani, direttore dell’Unità operativa di Geriatria dell’azienda ospedaliero universitaria pisana e della scuola di specializzazione in Geriatria nonché presidente della sezione Toscana della Società italiana di Gerontologia e Geriatria, bisogna chiedersi «cosa sia andato storto nel Nord Italia...».
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Professore, perché questa esplosione di contagi nelle case di riposo?
«La situazione è seria ma contenuta. Questo è un virus che ha una grande virulenza e che incontra una popolazione che non ha immunità. In questi casi, se il contagio non si ferma a una prima fase, in un ambiente chiuso come le rsa, dove ci sono ospiti generalmente molto anziani e più deboli, il virus dilaga con molta più facilità. Quando si parla di anziani ci si riferisce a persone che hanno dai 75 anni in su e a quell’età anche il sistema immunitario diventa meno efficiente. Basta stringere una mano o lo starnuto di un visitatore per essere contagiati. Se il virus entra in una Rsa ha l’effetto di una “bomba”».
Quindi il Covid-19 è arrivato nelle rsa attraverso operatori o visitatori...
«Sì, ecco perché sono stati bloccati o ridotti i contatti degli ospiti con i familiari e in generale con persone esterne alla residenza. Perché potrebbero essere portatori, seppure asintomatici, del virus. Poi ci sono anche i medici di base, una categoria molto esposta alla malattia, spesso senza protezioni idonee per loro e per gli altri».
Qual è, vista la situazione attuale, la strategia per contenere il numero dei contagi?
«Non in tutte le rsa ci sono stati casi positivi: ad esempio nelle strutture pisane non mi risulta che ci siano stati ma non perché ci sia una gestione migliore ma semplicemente per una casualità. Però, dove c’è stato un numero alto bisogna impedire che si propaghi ulteriormente e per fare questo è indispensabile effettuare a tutti, ospiti e personale, il tampone. A quel punto chi è positivo deve essere isolato da chi non lo se è possibile ricavando all’interno della struttura un’area Covid separata da quella no Covid. Mi risulta che quasi tutte le rsa toscane abbiano la possibilità di farlo a livello di spazi. Ma, se questo non fosse possibile, bisogna spostarle e non dai parenti perché rischierebbero di infettare anche loro».
Quindi il distanziamento sociale è l’unico modo per limitare i danni?
«Certo, non ci consente di sconfiggere il virus ma di contenerlo così da guadagnare tempo e non intasare gli ospedali. Per questo è indispensabile valutare correttamente se il paziente che ha contratto il virus può essere curato a domicilio e nel caso degli anziani ancora di più perché è meglio, qualora è possibile, non portarli via da uno spazio che conoscono e in cui si sentono al sicuro».
Secondo lei c’è stata una sottovalutazione del rischio contagio nelle rsa oppure che lo screening sia partito in ritardo?
«Nessuno poteva immaginarsi una situazione così grave quindi direi che i ritardi ci sono stati su più livelli: a Bergamo abbiamo consentito che venisse disputata una partita di calcio internazionale... . Forse l’errore è stato più quello di concentrare l’attenzione soprattutto sugli ospedali senza pensare alle realtà fragili come le rsa. Ma a posteriori siamo tutti bravi a trovare l’errore...».
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