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"Labbro leporino": ecco l’ospedale dove i bambini recuperano il sorriso
Al Santa Chiara c’è una squadra di medici che lavora per restituire ai bambini la capacità di ridere, di parlare correttamente, di nutrirsi: con le loro tecniche evitano ai neonati anche che diventino sordi
PISA. La sua – e la loro – missione è di quelle più affascinanti e foriere di soddisfazioni: ridare il sorriso, la capacità di parlare, mangiare ed evitare problemi uditivi ai bambini che nascono con il “labbro leporino”. Il bambino – se non curato bene – può sviluppare insicurezza, a causa dei problemi estetici. E può, soprattutto, avere problemi a nutrirsi, parlare e sentire. Ma al Santa Chiara di Pisa è stato creato un “team” che si occupa di questa malformazione: ogni anno – sui circa 600 bambini che nascono in Italia con questo problema – più o meno 150 sono operati e seguiti a Pisa. Il primo intervento viene effettuato a 2-3 mesi di vita, nei casi gravi anche a 50 giorni, ma la diagnosi avviene quando il piccolo è ancora nella pancia della mamma.
Il coordinatore del “Percorso labiopalatoschisi” (questo il nome scientifico del labbro leporino) è il chirurgo plastico Gian Luca Gatti, cresciuto alla scuola dell’ex primario Alessandro Massei, che ha dato il nome a una delle tecniche utilizzate per risolvere chirurgicamente questa patologia. L’80% dei bimbi operati a Pisa viene da fuori regione, a cui si aggiunge il fatto che Gatti e il collega Alessandro Giacomina vanno all’estero a operare bambini con labbro leporino.
Dottor Gatti, quali conseguenze causa il labbro leporino?
« Si tratta di una malformazione che ha cause genetiche e ambientali, che si forma prima della nascita a causa di una mancata o parziale fusione delle strutture anatomiche del labbro e del palato. Porta con sé problematiche nel parlare, nel nutrirsi, nel sentire (si può diventare sordi o ipoacusici). La malformazione può essere associata con altri difetti: 1/3 dei casi sono sindromici, cioè si portano dietro quadri complessi, spesso legati a patologie cardiache. Più o meno 10-12 bambini all’anno che operiamo finiscono prima sotto i ferri per risolvere la problematica cardiaca. Questi pazienti io in seguito li opero all’Opa di Massa, dove c’è una rianimazione cardiologica».
Dove “fate la differenza” a Pisa?
«La nostra filosofia di trattamento della labiopalatoschisi prevede la correzione primaria del labbro, dell’osso mascellare, del naso e del palato nei primi mesi di vita, perché è fondamentale che quando il bambino inizia a pronunciare le prime sillabe la sua malformazione sia già stata completamente corretta. La particolarità del nostro protocollo è rappresentata anche dalla periostioplastica, tecnica personale ideata da Alessandro Massei che, sfruttando le capacità rigenerative del periostio(membrana che avvolge il tessuto osseo) di produrre osso spontaneamente, consente di ottenere una buona produzione di tessuto di questo tipo nella sede della schisi nei due terzi dei pazienti nei quali, nella maggior parte dei casi, non si renderà necessario l'innesto d'osso a 9-11 anni».
Come viene preso in carico il paziente?
«È un lavoro multidisciplinare che inizia molto prima della fase chirurgica. Molti colleghi contribuiscono al corretto funzionamento del percorso. La ginecologa Francesca Strigini si occupa della diagnosi prenatale; nel primo mese di vita il neonatologo Emilio Sigali segue il bambino in tutto ; poi subentrano i pediatri, Margherita Nardi, Diego Peroni. A circa 2 mesi inizia l’iter chirurgico, del quale ci occupiamo io e il collega Alessandro Giacomina, con il fondamentale apporto delle anestesiste Beate Kuppers e Brita De Lorenzo e del personale infermieristico della sala operatoria e del reparto. Gli altri specialisti del percorso sono l’otorinolaringoiatra-foniatra (Francesca Forli, Andrea De Vito), il genetista (Benedetta Toschi, Silvia Romano), l’ortodontista (Giulia Fortini), il logopedista (Renata Salvadorini), lo psicologo (Chiara Toma), il chirurgo maxillo-faciale (Bruno Brevi), il chirurgo odontostomatologo (Mario Gabriele) e il consulente per l’allattamento (Micaela Notarangelo, Chiara Toti e Paola Mazzinghi).
Quanti interventi subisce un bimbo nell’arco della vita?
«Gli interventi primari di ricostruzione sono 2: a 2-3 mesi viene effettuata la cheiloplastica con periostioplastica e correzione del naso e qualora sia presente la schisi del palato, a 6 mesi si esegue la palatoplastica. Prima dei sei anni faccio spesso una “revisione”, quando il bambino sta per andare a scuola, quasi sempre con fini estetici, per migliorare il proprio aspetto e conseguentemente la fiducia in se stessi. A 10-11 anni, invece, decidiamo se c’è bisogno di un innesto osseo, utile per ricostruire l’osso mascellare. Infine quando la crescita scheletrica si ferma – circa 18 o 19 anni – è possibile eseguire una rinosettoplastica e correggere una eventuale malocclusione dento-scheletrica mediante chirurgia ortognatica maxillo-facciale. Durante l’infanzia e l’adolescenza, il bambino viene seguito e trattato dall’ortodontista con procedure e apparecchi per correggere vari gradi di malocclusione dentale».
Quanta soddisfazione c’è nel restituire il sorriso a un bambino?
« Tanta, ma non è “soltanto” una questione di sorriso. Da un punto di vista funzionale il bambino deve essere in grado di condurre una vita regolare, senza problemi di linguaggio e di udito; a livello estetico, invece, si deve sentire in armonia con se stesso. Inoltre, più volte all’anno con Giacomina andiamo all’estero a operare altri bambini (con l’organizzazione “Operation Amile” e Sicpe onlus). Da 8 anni operiamo un bimbo della popolazione Saharawi ogni anno, grazie al contributo della Regione Toscana». —
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