Il Tirreno

Toscana

Toscana salute
l’intervista al professor del prato 

«Arriveremo a predire in ogni soggetto il rischio di sviluppare il diabete 2»

M. Antonietta Schiavina
Il professor Stefano Del Prato
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Il professor Stefano Del Prato

La ricerca in corso in Toscana servirà a «evitare o ritardare la patologia. Intanto la dieta è la prima forma di terapia»

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PISA. Nel mondo le persone con diabete sono circa 450 milioni ma le previsioni dicono che il numero salirà a circa 600 milioni nell’arco dei prossimi 20 anni. In Italia, circa il 7% della popolazione è affetta da diabete e la malattia colpisce tutte le età. «Il motivo di questo incremento - spiega il professor Stefano Del Prato, dall'autunno 2019 presidente dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete - va ricercato nei cambiamenti ambientali: minore attività fisica, maggiore stress, ambiente più inquinato, dieta più ricca ».

Professor Del Prato, parliamo di dieta più ricca: è davvero importante fare attenzione al cibo nella prevenzione e cura del diabete?

«La dieta è la prima forma di terapia. Si parla infatti di dieto-terapia o terapia dietetica. Ha due finalità: controllare il peso corporeo e garantire un equilibrato apporto di calorie sotto forma di carboidrati (almeno 50%), lipidi (grassi; 20/30%) e proteine (circa 20%). La diminuzione dell’introito di calorie è indispensabile se si deve ottenere una riduzione del peso corporeo soprattutto nella persona con diabete tipo 2, più frequentemente in sovrappeso se non obesa. Ma dovrebbe essere sempre bilanciata, con una preferenza per carboidrati complessi (pasta, pane, verdura, legumi), adeguato apporto di fibre alimentari e un attento uso dei grassi, riducendo gli alimenti ricchi di grassi saturi (burro, insaccati, carni rosse…). L’obiettivo dovrebbe essere tale da garantire una diminuzione del peso iniziale del 5-10%, dato che ciò conferisce già un quasi massimale effetto in termini di salute. Da tenere presente poi che il paziente con diabete tipo 1 abitualmente è normopeso e spesso ancora nell’età dell’accrescimento. Quindi un adeguato apporto calorico bilanciato è importante così come lo è la definizione delle quantità e tipo di carboidrati, per permettere a ciascuna persona con diabete tipo 1 di adeguare al meglio le quantità di insulina che deve somministrare. Infine, nella persona non diabetica, una dieta sana, tale da permettere di mantenere un peso corporeo ideale, rimane tra le manovre più efficaci per ridurre il rischio di sviluppare la malattia, in particolare il diabete 2».

Quali sono le novità per quanto riguarda la cura?

«Questo è un capitolo ampio, ma vorrei ricordare alcuni recenti progressi. Per il diabete tipo 2 il nostro armamentario farmacologico si è arricchito di medicinali che oltre a permettere di controllare in modo più sicuro la glicemia, conferiscono una particolare protezione per il rischio di eventi cardiovascolari, oltre a una protezione del rene. Per quanto riguarda il diabete tipo 1, vi sono sistemi che ora permettono la misurazione in continuo della glicemia, evitando i fastidiosi buchi sulle dita e fanno sì che vi sia una costante vigilanza del diabete in ogni momento della giornata. Per non parlare poi dei primi “pancreas artificiali”, apparecchi che erogano l'insulina in modo almeno parzialmente automatico e che, penso, saranno presto seguiti da sistemi sempre più autonomi. L’obiettivo è di garantire maggiore indipendenza e libertà alle persone con diabete, siano essi bambini o persone attive dal punto di vista lavorativo e professionale o persone mature indipendentemente dai loro interessi».

Arriveremo un giorno a sconfiggere il diabete?

«Penso che questo sarà prima o poi possibile e quando parlo di sconfitta della malattia non penso tanto a cure che aggravino sempre meno la persona affetta, ma piuttosto alla possibilità di prevenire la malattia. Segnali in questa direzione ci sono e fanno ipotizzare la possibilità in futuro di un “vaccino” contro il diabete tipo 1. Per il diabete tipo 2 cominciamo ora a capire come ogni singolo paziente richieda terapie personalizzate, cioè per ciascun soggetto, che offrano il vantaggio maggiore con i minori effetti collaterali. Questa personalizzazione si potrebbe applicare alla stessa prevenzione della malattia. Su questo specifico punto anche il nostro gruppo di lavoro ha avviato un importante progetto di ricerca, finanziato nell’ambito dei Bandi di Ricerca per la Salute. L'obiettivo è di saper predire in ciascun soggetto il reale rischio di sviluppare diabete tipo 2 e definire la strategia più efficace per evitare o ritardare quanto più possibile che si manifesti. È importante che tutti comprendano l’importanza della ricerca scientifica. È necessario fare in modo che si creino le condizioni affinché tanti giovani dotati possano continuare a investire entusiasmo, passione per offrire soluzioni sempre più efficaci e definitive alle tante persone che oggi soffrono ancora a causa del diabete». —




 

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