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Toscana

Pietre d’inciampo per non dimenticare Così Firenze ricorda i morti della Shoah

Jeanne Perego
Pietre d’inciampo per non dimenticare Così Firenze ricorda i morti della Shoah

Sono state collocate davanti alle case degli ebrei deportati: anche quella di Rodolfo Levi, il rabbino preso con la famiglia

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Si chiamano “pietre d’inciampo” perché sono state pensate per far simbolicamente “inciampare” chi passa in un determinato luogo in una memoria: quella di chi abitava lì ed è stato vittima innocente dell’orrore dell’ Olocausto. Le “stolpersteine”- questo il loro nome originale tedesco visto che il loro progetto è nato in Germania - sono piccoli monumenti alla Memoria perché non si dimentichi uno dei periodi più bui della Storia. In Toscana questi blocchetti di pietra della dimensione di un sanpietrino , ricoperti da una lastra quadrata in ottone sono già numerosi. Da giovedì anche Firenze ha iniziato ad avere i suoi. Giovedì il loro creatore, l’artista tedesco Gunter Demnig, ne ha incastonati 11 nel manto stradale, alla presenza della vicesindaca Cristina Giachi e dei rappresentanti della Comunità ebraica. Il 23 gennaio ne collocherà altre 13. 24 in totale, 24 tasselli di quello che è diventato il più grande monumento diffuso nel mondo. Ogni pietra riporta il nome e il cognome, la data di nascita, la data e il luogo della deportazione e -quando è conosciuta- la data della morte di una vittima della Shoah. A Firenze, da dove alla volta dei campi di concentramento sono partite 300 persone che non hanno mai più fatto ritorno a casa, passando in via del Gelsomino, all’altezza del numero 29, ora se ne incontrano sei. Ricordano Rodolfo e Noemi Levi, Rina e Amelia Procaccia, Alda e Angelo Sinigaglia. Rodolfo Levi, nato a nel 1882, sposato con Rina Procaccia (1884) da cui ebbe tre figli, Noemi ( 1911) e Elio ( 1912) e Lea (1921), dopo gli studi in lettere e al Collegio Rabbinico fu nominato rabbino presso l’Università Israelitica di Lisbona. Rientrato a Firenze, divenne Rabbino di Pitigliano, e poi nel 1926 fu chiamato a Modena a ricoprire la cattedra di Rabbino Capo. Nella città emiliana , a seguito della promulgazione delle leggi razziali, finì nelle schedature della Prefettura, nella categoria più “eversiva” dei “sionisti”. Dopo l’8 settembre 1943, quando il clima per gli ebrei era diventato irrespirabile, tornò con la famiglia a Firenze cercando aiuto da conoscenti. Il 6 febbraio 1944, fu catturato mentre si recava a trovare un amico. Fu costretto a condurre chi lo stava arrestando all’abitazione in via del Gelsomino dove aveva trovato rifugio con la famiglia. Furono così catturate anche la moglie Rina Procaccia e la figlia Noemi. E con loro furono arrestati e avviati ai lager anche alcuni parenti nascosti nello stesso luogo: Aldo Sinigaglia e sua moglie Amelia Procaccia, sorella di Rina, e la loro figlia Alda di appena 11 anni. Dopo essere passati dal campo di detenzione di Fossoli, il 22 febbraio furono avviati tutti ad Auschwitz. I Levi sullo stesso convoglio, il n.8, che trasportava Primo Levi. In via del Proconsolo al n.6 ora brilla alla luce la memoria di Elena e del fratello Abramo Genazzani, e del figlio di Elena, Mario Melli Genazzani. La donna, (1898) fu fermata in strada insieme al figlio Mario (1924) per controlli il 30 novembre 1943. Fu arrestato solo Mario, ma Elena volle condividere il destino del figlio, qualsiasi esso dovesse essere. Giunsero ad Auschwitz sullo stesso convoglio il 30 giugno dell’anno successivo. Abramo , nato a Livorno nel 1896, fu invece arrestato in un locale nel centro di Firenze il 15 gennaio 1944, e dopo 7 mesi nel carcere fiorentino fu trasferito a Buchenwald. Sul suo stesso convoglio c’era il fratello David, nato nel 1907 a Firenze, violinista, compositore e gioielliere, un uomo che “amava vivere, suonare, scherzare”, come ha ricordato il nipote, citando le parole della nonna, sopravvissuta alla Shoah. A Buchenwald morì il 10 marzo 1945 per la cancrena originata dal morso di un cane delle SS. La pietra d’inciampo che lo ricorda è stata collocata davanti al portone in via Ghibellina 102. Quella davanti al n. 6 di Piazza Donatello ricorda, invece, Clotilde Levi, che si era trasferita a vivere in quella piazza, alla Pensione Simi, dopo aver venduto il villino in cui aveva abitato con il marito, il pisano Leonardo Nissim da cui non aveva avuto figli. Al momento della retata che la portò ad Auschwitz, dove morì il giorno stesso dell’arrivo, stava per compiere 80 anni.

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