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Siamo vittime di un tempo dominato dalla superficialità
Parafrasando Magritte: questo non è un articolo per un giornale. O forse sì. Oggi che è l’ultimo giorno e ho l’ultima occasione dell’anno per posare uno sguardo sinistro e scrivere cose fuori sesto, se dovessi evocare una parola che ha caratterizzato il 2019, direi: superficialità. La nostra epoca si determina per lo stare alla superficie. Non c’è tempo per approfondire, per ricercare, per riflettere.
Tutto dev’essere qui e ora, poi si passa ad altro. E questo poi è il momento dopo, l’istante dopo. Siamo come il coniglio bianco di Alice nel paese delle meraviglie, colui che esclama di continuo: è tardi; è tardi!, non guarda nemmeno la piccola Alice ed è tutto preso dal tempo che gli sfugge e che egli cerca di afferrare. Siamo sempre in ritardo in un tempo che corre sempre più veloce e affannati lo inseguiamo, quasi senza speranza. In fondo, non è che dobbiamo raggiungere qualche meta; o meglio non è la meta che conta, ma il correre con il fiatone ed essere convinti che questo correre sia la vita. Siamo tutti un po’ il coniglio bianco, un po’ alcuni personaggi di Kafka, per i quali il modo di raggiungere una meta finisce col sopraffarli al punto che la meta stessa scompare. Lewis Carroll, l’autore di Alice, non è meno tragico di Franz Kafka, ma il loro tragico è dato dall’irruzione del surreale nel quotidiano. I loro personaggi sono come noi, solo che noi non ci rendiamo conto di essere come loro. La profondità di ciò che raccontano sta nella superficie. Ma non ci accorgiamo nemmeno di questo.
La superficialità che domina oggi è senza profondità. La superficialità è estensione, la profondità è distanza. O forse non è più così? In nome di quale profondità critichiamo il dominio della superficialità? Il critico americano Fredric Jameson definì il postmoderno come caratterizzato dal pastiche e il moderno come delineato dalla profondità. Che cos’è il pastiche? Un’opera in cui l’autore, scrittore, pittore o musicista che sia, imita esplicitamente gli stili di altri autori, anche molto diversi tra loro, citando brani e giustapponendoli. Tutto avviene per così dire in superficie. Jameson gli contrappone la profondità di cui dà ben cinque esempi, uno dei quali è la distinzione tra essenza e apparenza. All’apparenza appartengono l’ideologia e la falsa coscienza. E così gran parte della sinistra ha pensato la critica all’ideologia e alla falsa coscienza come critica dell’apparenza che nasconde qualcos’altro, un’essenza, che si trova nel profondo. Per anni presuntuosamente ha pensato di coprire la distanza della profondità per arrivare all’essenza, cioè alla verità, e per anni si è trovata ad essere come il Coniglio bianco di Alice e i protagonisti dei racconti di Kafka. La meta si perdeva per strada semplicemente perché la verità non era lì nel profondo. O meglio non in quel profondo. Poi ha vinto il pastiche e in esso neoliberismo, lotte per le libertà, razzismo, antirazzismo, sfruttamento sul lavoro, ambientalismo ed ecologismo si sono giustapposti. La chiamano democrazia, ma è appunto soltanto un pastiche.
Vi sono vie d’uscita? Basta non contrapporvi la vecchia idea di profondità e cercarne una nuova, che non si trova nel fondale del mare, nel punto cieco di una galleria o nel punto di fuga di un quadro prospettico, bensì tra le maglie della superficie, là dove facciamo fatica a vederla proprio mentre ci balza agli occhi. È nel Cantico dei Cantici, nel feticismo della merce di Marx, nella Montagna St. Victoire di Cézanne, nel concetto di storia in Walter Benjamin, nell’idea di rendere visibile in Klee e in molti altri che hanno cercato un modo diverso di comprendere il presente guardando al futuro. Buon Anno Nuovo.
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