Strage di Viareggio, i giudici: «Moretti aveva l’obbligo giuridico di evitare il disastro ferroviario»
Ecco le motivazioni con cui la Corte d’Appello di Firenze conferma le condanne per l’ex ad di Ferrovie e altri imputati
VIAREGGIO. L’ex manager di Stato Mauro Moretti, nei panni di amministratore delegato del Gruppo Ferrovie dello Stato, aveva «l’obbligo giuridico di intervenire per impedire l’evento», ovvero il disastro ferroviario di dieci anni fa a Viareggio, 32 morti ed oltre cento feriti, alcuni dei quali combatteranno tutta la vita con le conseguenze delle ustioni riportate. Da ieri sono note le motivazioni (890 pagine) della sentenza della terza sezione penale della Corte di Appello di Firenze che ha scelto - tra l’altro - di condannare Moretti a 7 anni di carcere anche per il ruolo ricoperto in Fs, oltre che per quello, analogo, in Rete ferroviaria italiana. A differenza di quanto deciso dal Tribunale di Lucca che, in primo grado, aveva escluso responsabilità a carico di Moretti come ad di Ferrovie.
Per quel treno carico di Gpl deragliato, all’ingresso della stazione di Viareggio in una notte di prima estate, e trasformatosi in una palla di fuoco che ha attraversato e devastato le case di via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, Moretti avrebbe dovuto «valutare i rischi connessi alle scelte imprenditoriali assunte o consentite alla controllate (Rfi e Trenitalia, ndr». Ed avrebbe dovuto «assumere le iniziative necessarie per il rispetto della sicurezza della circolazione e dei lavoratori». Da ciò - per i giudici Paola Masi (presidente), Anna Favi e Giovanni Perini - ne deriva che «l’imputato Moretti deve essere dichiarato responsabile nella qualità di amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Spa per avere omesso di compiere gli interventi idonei per evitare il deragliamento del treno o quanto meno per evitare o ridurre le sue conseguenze catastrofiche».
I giudici di secondo grado si spingono fino a fissare nero su bianco cosa Moretti avrebbe dovuto fare affinché non avvenisse nessuna “strage di Viareggio”: «La condotta che avrebbe dovuto tenere consiste in particolare nel controllo delle modalità di svolgimento dell’attività di trasporto delle merci pericolose. In relazione alla quale egli avrebbe dovuto assicurarsi che venissero applicate le miglior cautele possibili». Quantomeno - scrivono i giudici fiorentini - «il controllo della piena tracciabilità dei rotabili di proprietà di terzi (anche da parte di Fs Logistica, società appartenente al “Gruppo Ferrovie dello Stato” e dei loro processi manutentivi». Un’azione che Moretti era chiamato ad intraprendere «anche fornendo e imponendo una interpretazione corretta delle norma che eliminasse la prassi errata di non effettuare controllo, neppure documentale, sui carri esteri circolante in regime Riv; e che venissero previste misure precauzionali idonee in caso di mancata tracciabilità» di ciò che viaggiava sui rotaia tra Europa ed Italia.
Ma come avrebbe potuto Moretti agire in tale senso se negli anni precedenti il disastro ferroviario, quando era amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana, era stata messa in atto «una precisa politica aziendale probabilmente diretta a limitare gli impegni di spesa relativi al trasporto delle merci»? Una politica aziendale per la quale «si è deciso di utilizzare carri di proprietà di terzi (nel caso di Viareggio della multinazionale Gatx, ndr) e di non impegnare personale e denaro per sottoporli a controlli particolarmente attenti». Con il risultato di interpretare i regimi internazionali cui i carri erano sottoposti per poter circolare in Italia «come una autorizzazione ad omettere qualunque controllo ed a non pretendere dai fornitori dei carri stessi di assicurare, dimostrandola, la medesima qualità manutentiva a cui erano sottoposti i carri di proprietà Trenitalia».
Un quadro che vede Moretti figura centrale, a maggiore ragione come ad di Ferrovie, holding che i giudici di appello definiscono «gestoria» in tutto e per tutto. Accogliendo le accuse della caparbia Procura di Lucca e le prove messe insieme dal lavoro certosino fatto dal consulente di parte civile Paolo Rivella.
Prove tra le quali i magistrati fiorentini ricordano anche - ed è tragico - l’Atto di indirizzo che la Direzione generale del ministero dei trasporti - in data 29 luglio 2009, mentre le vittime del disastro ferroviario stavano in parte ancora lottando tra la vita e la morte - invia a Ferrovie «e specificatamente all’ingegnere Moretti, e non alle sue controllate esercenti il servizio di trasporto». Atto di indirizzo con il quale il ministero «impegnava “il Gruppo Fs ad alcune attività particolarmente significative ai fini dell’incremento del livello di sicurezza nel settore del trasporto ferroviario». E tra queste attività anche quella di «formulare proposte di misura e/o accorgimenti finalizzati a mitigare i rischi connessi con la circolazione di merci pericolose su ferrovia».
Il quadro che emerge dalla sentenza di appello per il disastro ferroviario di Viareggio, nelle pagine relative alla condanna di Moretti anche nelle vesti di ad Fs, è - paradossalmente - quello che lo stesso Moretti ha dipinto nella narrazione della sua attività di risanatore delle ferrovie. Un ruolo che lo impegnava al punto che «tutta la parte finanziaria delle controllate era gestita direttamente dalla controllante (Fs, ndr). Che con valutazione preventiva di ogni operazione, di fatto ne decideva l’attuazione ed anche la tempistica. Lasciando alla controllata solo la formale assunzione della decisione stessa, ma scavalcandola anche nella gestione della operazione».
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