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L'INTERVISTA

Pier Vittorio Buffa: «Il giornalismo è sempre lo stesso, ora bisogna ricominciare a comunicare»

Giuseppe Boi
Pier Vittorio Buffa: «Il giornalismo è sempre lo stesso, ora bisogna ricominciare a comunicare»

Quarant’anni di carriera fra l’Espresso e i quotidiani ex Finegil: «Oggi l’informazione deve poter essere fruita su tutte le piattaforme disponibili»

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Pier Vittorio Buffa riceve il premio “Roberto Ghinetti” riconoscimento intitolato al giornalista del “Tirreno” morto nel 1993 all’età di 32 anni per una grave malattia. Oltre a Buffa sarà premiata Alessandra Gozzini, sanminiatese d’origine, giornalista de La Gazzetta dello Sport, vincitrice del premio Ghinetti riservato ai giovani.Quella del 2019 è l’edizione numero 26 del premio Ghinetti. In passato il riconoscimento è stato assegnato, tra gli altri, a Sandro Curzi, Andrea Purgatori, Giulio Borrelli, Riccado Iacona, Conchita Sannino, Aldo Cazzullo e Sandra Bonsanti.

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«Il giornalismo è sempre lo stesso: serietà, studio, ricerca delle fonti e verifica. La differenza sta nel fatto che bisogna ricominciare a comunicare». Sembra un paradosso, ma tale non è. Anzi è una provocazione usata spesso da Pier Vittorio Buffa nelle sue quattro vite da giornalista: da cronista d’inchiesta dell’Espresso a direttore dei giornali locali del gruppo che ha preso il nome proprio dal settimanale fondato da Eugenio Scalfari; quindi il salto nel web e la rifondazione in chiave digitale dei quotidiani ex Finegil (compreso quello di questo giornale) e, in attesa di una nuova sfida, l’approdo all’Istituto di formazione al giornalismo (Ifg) di Urbino.

Quarant’anni di professione, dalla macchina da scrivere al cloud, raccontando fatti e firmando scoop ma anche integrando e sperimentando nuovi modi di raccontare le notizie. Una cosa che i giornalisti a volte sembrano non riuscire più a fare, soprattutto nel mondo liquido del web. Da qui la provocazione sul giornalismo: «Mettere in fila le parole in modo corretto non basta più. Non ci si può limitare a raccontare i fatti, occorre rivolgersi al lettore in tutte le piattaforme disponibili. Insomma: il giornalista deve comunicare».

Pier Vittorio Buffa, dove è e dove sta andando il giornalismo?
«I giornalisti non hanno capito fino in fondo che non è cambiato il giornalismo, ma il loro mestiere».

Ossia?
«Il giornalismo è sempre lo stesso. I principi restano gli stessi da 100 e passa anni. Ciò che è cambiato è che il giornalista non è più l’unico intermediario tra il lettore e i fatti».

Quindi non ha più senso?
«No, al contrario. Come è sempre accaduto, anche oggi i giornalisti più bravi e i migliori giornali sono destinati a emergere dalla massa e diventare un punto di riferimento per la comunità. Solo che per farlo devono costruire prodotti “transmediali”».

Vale a dire?
«Un prodotto che possa essere fruito su tutte le piattaforme disponibili: carta, video e internet sia attraverso un sito, sia attraverso i social network».

Un po’ come i suoi libri.
«Infatti non sono solo libri. Il tomo è il supporto hardware a cui si affiancano il sito internet, i social, le foto. Nel caso di “Io ho visto” (libro sule testimonianze dei sopravvissuti alle stragi nazifasciste edito da Nutrimenti nel 2013) anche uno spettacolo teatrale interpretato da Pamela Villoresi e una canzone di un giovane cantautore romano, Luca Bussoletti».

Insomma, una rivoluzione del modo di intendere il buon giornalismo che, però, rischia di perdersi nell’era delle fake news.
«Ma le fake news si combattono e si sconfiggono proprio con il buon giornalismo. E perché si possa parlare di buon giornalismo è necessario che emergano i giornalisti e i giornali attraverso la comunicazione ma anche l’autorevolezza».

Ad esempio?
«Occorre dare più peso alla trasparenza delle fonti per controbattere l’imperante frase fatta: “l’ho letto su internet”. Che non significa nulla. Che rappresenta la cattiva educazione del lettore. Ma che può essere superata solo affiancando alla cura della scrittura il rispetto dei principi cardini del giornalismo e la capacità di mantenerli saldi in tutte le diverse piattaforme di comunicazione. Fare il giornalista significa anche essere capaci di vivere nel mondo di oggi».

Insomma, proseguire in quella “rivoluzione” di cui lei è stato protagonista da quando è stato a capo della cosiddetta “banda degli sciamannati” (la redazione “local” di Kataweb - un tempo motore digitale del Gruppo Espresso - di cui faceva parte anche chi firma questa intervista).
«Sì. I concetti sono gli stessi e il lavoro fatto ha già dato tanti risultati. Il modo di vedere il giornalismo è già cambiato. Forse in maniera più lenta di quanto immaginavamo a Roma, in via Cristoforo Colombo, ma quel percorso di “evangelizzazione” delle redazioni alla realtà digitale è un percorso da cui non si può tornare indietro».

E ora arriva il premio “Ghinetti” a San Miniato.
«È un riconoscimento inaspettato e che davvero mi onora. Mi chiedo se me lo sono meritato. Sicuramente mi dà un’opportunità: quella di confrontarmi con i ragazzi presenti alla premiazione nell’auditorium dell’istituto tecnico “Cattaneo”, ossia con chi rappresenta il futuro». —

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