Il Tirreno

Toscana

Rabbia, angosce e meschinità agitano “Il gabbiano” di Cechov

Gabriele Rizza

Al Metastasio di Prato va in scena il classico del Novecento russo nella lettura di Licia Lanera: «Parliamo di vite sprecate nell’attesa» 

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teatro

La sinfonia drammatica messa in piedi da Licia Lanera ha un nome da canzonetta: “Guarda come nevica”. Ma qui le cose sono serie. Perché a essere messi a fuoco sono tre autori russi per altrettanti generi letterari: racconto, prosa, poesia. Dopo “Cuore di cane” di Bulgakov tocca al “Gabbiano” di Cechov, in attesa del terzo movimento che affronterà Majakovskij.

La puntata cecoviana, un classico del Novecento, da stasera fino a domenica prossima è di scena al teatro Metastasio di Prato. “Il gabbiano” vola alto ma si infrange sulle delusioni della vita quotidiana. Il linguaggio colloquiale, di estrazione domestica, disegna una struggente riflessione tra arte e vita, un ritratto “dal vivo” di un’umanità inquieta, avviluppata in una spirale di sentimenti trattenuti, amori negati, slanci e fallimenti. Rabbia, angosce, gelosie e meschinità condiscono il senso di una vita sprecata sull’altare dell’attesa. Del momento giusto (che però non arriva) per dichiararsi eroi. O solo innamorati.

Acciaccati, nevrotici, disincantati, sempre sull’orlo del fallimento esistenziale, i personaggi cecoviani rasentano l’allegro disincanto che precede la fine, in un clima di surreale coinvolgimento. «Nel nostro Gabbiano nevica – argomenta Lanera – una neve che gela i cuori. Una campagna tutt’altro che idilliaca, dove come dei sequestrati, stanno i personaggi. Tutti lì, tra le pareti del palcoscenico, sempre in scena, impossibilitati ad uscire, che consumano le loro giornate ironizzando sulle loro miserie. Corpi che si guardano, che si riconoscono. Quale occasione migliore per riflettere sul ruolo che il teatro ha nella vita dei teatranti, quale testo migliore per parlare di grandi attrici dalla vita disastrata, scrittori senza carattere, giovani drammaturghi disperati e giovani attrici disilluse».

Gorkij, parlandone, ci andò giù duro: «Bisogna essere dei mostri di virtù per amare, compatire, aiutare a vivere queste nullità, questi sacchi di trippa che siamo. A me pare che trattiate gli uomini con il gelo del demonio». —

Gabriele Rizza

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