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Terremoto nel Mugello, la lunga paura: "I miei figli piangono quando entrano in casa"

Mario Neri
Terremoto nel Mugello, la lunga paura: "I miei figli piangono quando entrano in casa"

L’apice di magnitudo 4.5 in piena notte. Nessun ferito, 250 persone evacuate. L’epicentro tra San Piero e Scarperia, ma gli effetti più gravi sono a Barberino

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FIRENZE. La scossa può infilarsi in casa come un uomo nero, scavare i pensieri come una favola oscura. Per questo Andrea, 45 anni, i suoi tre bambini li ha portati nel paddock. Passeranno la notte sulle brande allestite dai volontari all’autodromo anche se la sua casa si è salvata. «Non riescono a rientrare, appena varcano la porta scoppiano a piangere». La scossa è stata anche una sbandata, una raffica nella bufera. «Stavo andando al lavoro in macchina. Mi sono sentita sbalzata di lato, credevo di essere finita sull’altra corsia, era la strada che si muoveva», dice Debora Bini al bar di via Pozzo, un passo dal tendone tirato su dalla protezione civile. A Barberino del Mugello questo oggi è il centro operativo per l’emergenza.

Hanno ancora tutti lo sguardo perso, come se cercassero qualcosa nella nebbia: un rifugio, un tetto sicuro, un posto caldo, qualcuno che dica loro che è tutto finito, che possono rientrare e sottrarsi a questa pioggia che cade giù come un supplizio, e soprattutto qualcuno li rassicuri: ché fra poco davvero tutte queste camionette rosse dei vigili del fuoco, le jeep del genio civile, questo fastidioso elicottero e i soccorsi se ne andranno da questi paesini fra le vallate a nord di Firenze lasciandoli alla loro normalità.

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Invece no, dalle 4.37 il Mugello è costretto a una specie di fenomeno di aggregazione sociale forzata. Da quell’ora la faglia appenninica è tornata lo spettro di questo spicchio di Toscana, sono tutti per strada, fuori dalle case, con i cappotti indossati di fretta sul pigiama, svegliati dal frastuono. Perché qui un po’ ci sono abituati, ogni tanto la terra trema, è successo anche nel 2008, ma stavolta di più: un terremoto di magnitudo 4.5. L’apice di una scia che durava dalle 9 di domenica e andata avanti per tutta la giornata. In meno di 24 ore più di 120 scosse. L’ondata più forte si avverte fino a Prato, Pistoia, nella Valdinievole. Scattano i controlli per la diga di Bilancino, su ponti e viadotti. A Firenze perfino al campanile di Giotto, a Pisa alla Torre pendente. Le linee ferroviarie restano bloccate per quasi tutta la mattinata e, in attesa dei controlli, mezza Italia si ritrova tagliata in due, con l’alta velocità e i regionali che accumulano ore di ritardo.

Non ci sono feriti. Non nel corpo, almeno. «S’è sentita una ventata, poi il boato. I calcinacci sono franati sul letto nel buio, le ante in salotto sbattevano, cadevano i piatti dalle mensole, i quadri dalle pareti. Io e mia moglie non siamo ancora rientrati», dice Giovanni, pensionato, mentre fa la fila in piazza Cavour per chiedere ai vigili del fuoco di controllare la sua casa. Fabrizio Maiorelli vive al primo piano, in un terratetto oltre il fiume, in via della Libertà. «Venga, le faccio vedere, è piena di crepe, questo mostro ha inclinato i muri, rotto i termosifoni, quando sono tornato era tutta allagata». Solo nel suo rione, Badia, due palazzoni anni Settanta non sono più abitabili. «In palestra non ci vado – dice Sara dall’aiuola davanti, sotto i pini, in braccio tiene il figlio di 19 mesi - sono terrorizzata. Se ne arriva un’altra così forte cosa succede?». Il loro è il racconto di tutti: le mura che oscillano, si piegano, le stoviglie che escono dalle credenze e volano in frantumi, la terra che trema sotto i piedi, la corsa per scappare in strada, la grande paura.

I sismografi registrano l’epicentro fra San Piero e il borgo medievale di Scarperia, a nove chilometri di profondità, ma i danni maggiori toccano a questo paese di 11mila abitanti. Il centro storico, con le case più antiche, è una zona rossa, inaccessibile. Sono decine quelle dichiarate inagibili. «Almeno per ora – dice il sindaco Giampiero Mongatti – i pompieri hanno eseguito controlli a vista, per le verifiche statiche servirà qualche giorno». Impossibile sapere quando e se tutti potranno tornare nelle loro abitazioni. Sono circa 250 gli sfollati, costretti a passare la notte in uno dei centri di accoglienza. In tutto 300 posti letto fra la palestra della scuola media, il parcheggio della Rifle e l’autodromo. Un pasto, un materasso, coperte termiche dorate come quelle che si vedono addosso ai migranti. «L’ha sentita? Eccone un’altra...», sgrana gli occhi Lisa Forasassi. Da mezzogiorno son ripartiti i grugniti del sottosuolo. Piccole oscillazioni, 2 o 3 gradi Richter. «Lo so, voi che venite dalla città non le sentite. Ma a noi la paura ci ha alzato le antenne»

Don Stefano Ulivi, parroco della Pieve di San Silvestro, è fermo qui da ore. Nemmeno il diluvio l’ha convinto a prendersi un tè caldo. «Guardi, non c’è solo quella brutta crepa sul loggiato. Anche la facciata rischia di crollare». La messa di Natale dovrà celebrarla in un tendone. Il colpo più duro, in fondo, è toccato al patrimonio storico. A San Piero si sono accartocciate le pareti del convento al Bosco dei Frati, nella chiesa di Petrona a Scarperia è venuta giù una volta. Alle sette ai pompieri restano ancora 330 controlli in agenda.

E in paese la paura corre a cento anni fa. Giugno 1919. La terra tremava da giorni, poi arrivò la scossa ancora oggi scolpita nella memoria collettiva: un tuono sottoterra fra il settimo e il nono grado della scala Mercalli (magnitudo 6.4). Vicchio rasa al suolo, cento vittime. Uno spettro che riaffiora. Perché nessuno sa quanti siano gli edifici privati costruiti con criteri antisismici. «Siamo una zona con un rischio terremoti di livello due – spiega il sindaco – Abbiamo mappato il territorio, sappiamo solo quali sono le nostre aree fragili, e purtroppo coincidono con quelle in cui il sisma ha picchiato più duro». Come se non bastasse, a Prato, nelle chat whatsapp circolano audio fake che diffondono il panico su nuove scosse terribili. Nessuno ha ancora ben capito perché Galliano sia il meno colpito. Il borghetto era nell’epicentro, sul bollitore del sisma. È stata una fortuna. Perché la scossa a volte può farti tremare il cuore e immobilizzare la ragione. «Ho sentito la botta - racconta Orazio Belli, 70 anni - tre, quattro secondi. Poi, non so perché, ho sceso le scale e mi sono chiuso in un garage con sette amici». Sono le 16, è appena uscito dal suo rifugio. Poteva essere la sua trappola.

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