Il Tirreno

Toscana

Sulla strada della coalizione l'ostacolo delle commissioni

Emanuele Rossi
Sulla strada della coalizione l'ostacolo delle commissioni

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Se il Governo tra 5 stelle e Pd partirà, si apriranno alcune prospettive rilevanti sull’assetto costituzionale: alcune di queste non favorevoli al buon esito del percorso per la nuova maggioranza.

Per la nostra forma di governo, infatti, il ruolo che spetta al Parlamento è rilevante anche ai fini dell’azione di governo. Il problema, però, è che il Parlamento è stato strutturato sulla base di un accordo tra 5s e Lega realizzato più di un anno fa, e tale assetto dovrà ora reggere una diversa composizione politica.

Se il Movimento e la Lega erano autosufficienti sia alla Camera che al Senato, così non è per la coalizione 5s – Pd, almeno al Senato. Alla Camera, infatti, hanno i numeri sufficienti, al netto delle varie defezioni che sin qui si sono manifestate: il gruppo di Di Maio ha 216 deputati e il Pd ne ha 111. Il totale è quindi 327 che, seppur di poco, basta a garantire la maggioranza (316 deputati). Al Senato però i numeri sono diversi: i 5 Stelle hanno 107 senatori e il Pd ne ha 51, per un totale di 158, che non garantisce una maggioranza (161 senatori). Occorrono dunque rinforzi: che potranno venire da appartenenti ad altri gruppi (qualcuno dal Gruppo misto, qualcuno da quello delle Autonomie). Si ripeterà dunque l’esperienza del potere di veto che qualcuno ricorderà come uno degli aspetti meno gratificanti della c.d. Prima Repubblica.

Per gli assetti di vertice del Parlamento, nessun problema particolare potrà derivare dalla presidenza delle Camere: una di queste è nelle mani dei 5 stelle, mentre l’altra è stata assegnata ad una esponente di Forza Italia (eletta prima che la coalizione tra Lega e 5telle s si costituisse, a conferma che anche quest’ultima coalizione non era stata “eletta dai cittadini”). Ma anche con il (primo?) governo Conte, Forza Italia era all’opposizione, quindi non dovrebbe cambiare granché.

Più delicato invece è il discorso della Commissioni permanenti, che costituiscono il vero cuore pulsante dell’attività parlamentare (e alla quale tutte le leggi devono passare, deve ricordarsi). Tutti i Presidenti delle 28 commissioni (14 alla Camera, altrettante al Senato) sono stati infatti eletti dalla maggioranza 5 stelle – Lega: in particolare, alla Camera 9 sono oggi presiedute da un esponente 5 Stelle e 5 da un leghista; al Senato 8 sono dei pentastellati e 6 della Lega. Dunque, 5 commissioni alla Camera e 6 al Senato saranno presiedute da esponenti dell’opposizione: situazione invero anomala (anche se già prodottasi, in misura limitata, in passato), considerando i poteri attribuiti a ciascun Presidente, il quale non soltanto rappresenta la Commissione, ma anche la convoca, ne forma l’ordine del giorno e presiede le sedute con tutti i poteri a ciò connessi. Ragione per cui di norma le commissioni sono sempre presiedute da esponenti della maggioranza. Ora non sarà così, almeno fino alla prossima primavera (dopo due anni tutte le commissioni devono essere rinnovate, e quindi cambieranno anche i presidenti): ed è facile prevedere che i presidenti leghisti useranno tutti i loro poteri per rendere più impervia la strada parlamentare del Governo. Considerando che quella via non è agevole neppure quando si ha la presidenza delle Commissioni, figuriamoci nel caso contrario. Né è possibile sostituire i Presidenti una volta eletti: non è previsto alcun potere di revoca e pertanto se questi non si dimettono restano in carica fino alla scadenza del mandato.

Quando si afferma che il nuovo Governo parte in salita, forse sarebbe opportuno tenere in considerazione anche questi aspetti “tecnici”.
 

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