Il Tirreno

Toscana

È un programma lampo: non lo chiameranno contratto

Alessandro Volpi
È un programma lampo: non lo chiameranno contratto

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Come è noto, spesso la forma è sostanza. La scelta del termine con cui qualificare l’intesa che sta prendendo corpo fra PD e 5 Stelle è tutt’altro che banale. Il precedente governo gialloverde aveva deciso di definire il rapporto che legava le due forze di maggioranza con la formula notarile del “contratto”; un’espressione che doveva significare l’esistenza di un accordo su specifici punti, senza configurare né un’alleanza organica né, tantomeno, una visione comune per non disorientare troppo i rispettivi elettorati, reduci da una conflittuale campagna elettorale.

Fallita quest’esperienza, la probabile maggioranza giallorossa pare intenzionata a non seguire la medesima strada, ma sembra voler prefigurare una vera e propria alleanza, fondata su punti programmatici realmente condivisi, secondo un modello ben diverso dal contratto dove ciascuna delle due forze inseriva i propri temi, in una sorta di somma algebrica.

Una simile ambizione pone però alcune questioni immediatamente evidenti. È davvero possibile scrivere il programma di un’alleanza, che implica politiche economiche, fiscali, ambientali, sociali, culturali comuni e una comune linea di politica interna e di politica estera, nel giro di un paio di settimane, superando visioni distanti in misura siderale fino ad un mese fa? È possibile superare la logica del contratto che teneva distinti i soggetti partecipanti per approdare, appunto, ad un’alleanza politica a tutto tondo? Se la risposta è positiva, allora appare chiaro che si accetta la fine dei partiti, si ammette la loro definitiva trasformazione in entità liquide, deformabili e modificabili nei loro contenuti identitari a seconda della congiuntura. All’interno di tali partiti il pressoché esclusivo monopolio delle scelte, a cominciare da quelle programmatiche, risulta attribuito ai gruppi parlamentari e non certo più alla ormai irrilevante, quanto artificialmente mitizzata, “base” degli elettori. In siffatta prospettiva il rischio è che la politica sia sempre confinata nell’ambito della tattica e i programmi risultino un orpello sottoponibile a costanti opere di cosmesi, da raccontare al paese dopo che i governi sono già nati, e non prima.

La narrazione diventa così ancora più importante della sostanza politica; per le maggioranze parlamentari, “proprietarie” dei partiti, si tratta di spiegare perché è stata conclusa un’alleanza con gli avversari, senza che l’ipotesi di tale alleanza sia sottoposta al vaglio delle urne.

Le conseguenze di questo, nuovo, costume politico, sono decisamente rilevanti e vanno ben oltre la semplice formazione di un governo, perché, nel caso italiano, potrebbero significare la nascita, in Parlamento e senza il vaglio delle urne, di un originale bipolarismo, in cui Partito democratico e Movimento Cinque Stelle occupano lo spazio dello scomparso Centrosinistra, con un leader, Giuseppe Conte, che era stato scelto per guidare una coalizione il cui unico punto fermo era l’ostilità proprio al Centrosinistra. Forse dovranno essere riscritti i manuali di Scienza politica.


 

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