Il presidio
Così nasce il governo delle convenienze parallele
È una scommessa ad alto rischio, ma ormai è partita, quella che si gioca da oggi con l’incarico a Giuseppe Conte per un bis di governo con una maggioranza giallo-rossa. Basti pensare all’ultima uscita di Grillo - comica, a questo punto - che propone di scegliere solo ministri tecnici e competenti e affidare ai sottosegretari compiti politici.
O alla disputa, che continua, sui vicepremier. O ancora alla votazione sulla piattaforma Rousseau per fingere di far approvare tutto alla base pentastellata, che se per caso rispondesse no manderebbe a casa l’intero ponte di comando del M5s.
Parafrasando il ricordo del difficile parto del primo esecutivo di centrosinistra, nato da un tormentone cominciato esattamente sessant’anni fa, per convincere il corpaccione democristiano ad abbandonare il centrodestra, e allearsi con i socialisti, si può dire che se quello entrò nella storia come il governo delle “convergenze parallele”, una definizione geniale, difficile da capire, attribuita a Moro ma in realtà inventata da Scalfari, e a lungo studiata nelle università di mezzo mondo, questo che sta per nascere, molto più modestamente, sarà il governo delle convenienze parallele.
Per capirlo, bastava guardare ieri i leader del Pd e del Movimento 5 stelle e i membri delle delegazioni che li accompagnavano, e cogliere nei loro occhi la sensazione di sollievo tipica dello scampato pericolo. Sebbene siano solo a metà dell’opera, e i più ottimisti prevedano almeno un’altra settimana di lavoro prima di arrivare alla presentazione della lista dei ministri, trattenevano a stento la loro soddisfazione i protagonisti del ribaltone 2.0 che ha spedito all’opposizione Salvini, vincitore conclamato delle elezioni europee, e temuto di quelle anticipate su cui il Paese ha ballato per qualche giorno.
Il futuro del governo è denso di incognite, e la neonata alleanza giallo-rossa contestata all’interno del Pd e del Movimento. Ma per i novelli sposi non c’è niente di paragonabile, in prospettiva, all’incubo di un passaggio elettorale in cui il Capitano leghista e il centrodestra che ormai gli obbedisce avrebbero vinto a man bassa.
Ecco perché, dopo aver fatto approvare alla direzione del suo partito un documento in cui si diceva che mai e poi mai il Pd, in caso di crisi, si sarebbe rassegnato all’alleanza con i 5 stelle prima di nuove elezioni, Zingaretti alla fine s’è piegato: a Renzi, che a sorpresa ha messo in pista il ribaltone, ai vertici europei che premevano nello stesso senso, al Vaticano, e perfino a Trump, schierati in difesa di Conte.
E soprattutto, in conclusione, al realismo che non deve mai mancare nelle valutazioni di un leader. Il segretario del Pd infatti aveva davanti a se il rischio di una campagna elettorale che avrebbe potuto concludersi, al meglio, con una onorevole sconfitta elettorale e la previsione di un’altra legislatura all’opposizione. E invece - chi gliel’avrebbe mai detto tre settimane fa - si è ritrovato con la proposta di Grillo di riportare il Pd al governo: un’offerta di quelle che non si possono rifiutare.
Di Maio ha provato a rifare come l’anno scorso: attrarre il Pd in una trappola, per poi riaccordarsi sveltamente con Salvini, ma stavolta non gli è riuscito. Il gioco dei due forni funziona quando entrambi restano aperti. Ma se quello del Pd si fosse chiuso - e l’intenzione di Zingaretti di chiuderlo è rimasta nell’aria per tutti questi giorni - anche quello di Salvini, formalmente spalancato, addirittura con l’opzione per Di Maio della promozione a Palazzo Chigi, si sarebbe immediatamente sbarrato. Così il capo politico pentastellato ha dovuto scegliere il male minore, per se e il suo Movimento, anche al prezzo di giocare di rimessa.
A giocare alla grande, occorre riconoscerlo, in questa crisi d’agosto che sembrava nata da un colpo di sole - o di follia - sono stati Mattarella e Conte. Il primo abbandonando tutt’insieme la pazienza che sempre lo aveva contraddistinto, e facendo balenare fin dal primo minuto delle consultazioni l’arma letale dello scioglimento delle Camere, a cui la maggioranza di deputati e senatori sono contrari.
E il secondo mettendo subito in chiaro che aveva chiuso con la Lega ed era pronto a chiudere anche con la politica. Una libertà che può permettersi chi un mestiere ce l’ha. A differenza di molti, troppi protagonisti della crisi balneare che sta per chiudersi. —
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