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M5S-Pd, trattativa finale: Conte bis a un passo. Salvini: "Un ribaltone"

M5S-Pd, trattativa finale: Conte bis a un passo. Salvini: "Un ribaltone"

Di Maio e Zingaretti si sono incontrati una prima volta per 20 minuti a Palazzo Chigi. Alle 21 nuovo incontro sull'ipotesi di alleanza, partecipa anche il premier. Consultazioni al Colle domani e mercoledì. Salvini: è un ribaltone

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È a un passo l'intesa per un governo di Movimento 5 stelle e Partito democratico. Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, dopo giorni di contatti a intermittenza, si siedono al tavolo di Palazzo Chigi. E il capo M5s incassa l'apertura del Pd a Giuseppe Conte: potrebbe essere confermato per un bis, alla guida di un esecutivo giallorosso. Al Quirinale è tutto pronto per le consultazioni che partiranno domani pomeriggio. Mercoledì sarà la giornata dei big e dell'incarico.

L'intesa non è chiusa, avvertono dal Nazareno: Zingaretti vuole segnali concreti di discontinuità rispetto al governo con la Lega, mentre Di Maio alza fino all'ultimo la posta invocando per il M5s, che ha più parlamentari, incarichi di peso. Se Conte, come sembra, sarà indicato premier, sia chiaro - sottolineano i Dem - che non è un terzo o garante (come con la Lega), ma un esponente del Movimento, in un patto tra pari su un unico programma. Il leader Pd si dice "ottimista" su "un governo serio, che duri".

Il segnale che si fa sul serio, arriva alle 18, quando l'auto di Zingaretti varca il portone di Palazzo Chigi, dove lo attende Di Maio, nel suo ufficio di vicepremier. Un colloquio di 25 minuti appena, il segretario Dem viene immortalato dai fotografi scuro in volto. Lunghi minuti di silenzio, poi dal Nazareno dicono che non c'è ancora l'intesa sulla premiership ma M5s e Pd si rivedono alle 21, per un vertice notturno: al tavolo, in quota M5s, al fianco di Di Maio c'è proprio Conte, mentre Zingaretti è accompagnato da Orlando, che alcune voci accreditano come possibile vicepremier, se il segretario Dem sceglierà di restare fuori dal governo. "E' partito il confronto sulle idee per un governo autorevole, di svolta", dice davanti al portone del Nazareno il leader Pd, che fino all'ultimo invoca un ricambio dei nomi e non si sbilancia sulla premiership.

L'accelerazione risponde all'auspicio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a sciogliere in pochi giorni la crisi di governo. Entro la serata - le 19 secondo alcune fonti parlamentari - il Quirinale aveva chiesto di avere indicazioni chiare dai partiti. Le risposte finali dovranno arrivare nelle consultazioni che il capo dello Stato convoca tra martedì e mercoledì. Se mercoledì le delegazioni del Pd e del M5s esprimeranno la volontà di formare un governo politico, il capo dello Stato assegnerà l'incarico al premier da loro indicato, che avrà un tempo congruo, nei limiti della ragionevolezza - si ipotizza una settimana - per comporre la squadra dei ministri.

L'accelerazione spegne il "forno" che Di Maio aveva tenuto acceso fino all'ultimo con Matteo Salvini: è un "conclave" pomeridiano con Davide Casaleggio e tutti i big del Movimento a dare mandato al capo M5s di trattare col Pd. La Lega fino all'ultimo gli offre il ruolo di premier e promette che il nuovo patto "gialloverde" sarebbe stato "di legislatura". Poi alle 20 Matteo Salvini si arrende: "Vince il partito delle poltrone, il governo di Bibbiano, non faccio appelli alle piazze ma la via maestra è il voto", dichiara mentre Giorgia Meloni annuncia che Fdi è pronta a manifestare. Forza Italia, che ha un fronte di parlamentari tentati dall'appoggio esterno, si prepara all'opposizione. Mentre Liberi e uguali (nel pomeriggio c'è un incontro di Orlando con Federico Fornaro e Roberto Speranza) sembra pronto a fare ingresso nell'esecutivo.

Con l'incontro notturno a Palazzo Chigi, entra nel vivo la trattativa giallorossa, che può riservare sorprese in extremis. Serve un "programma comune", invoca Zingaretti. Superato lo scoglio del premier - anche se il bis di Conte è considerato dal M5s a un passo - dovranno essere definite le altre caselle. Di Maio dovrebbe restare al governo, anche se i Dem invocano per lui un portafoglio meno pesante. Zingaretti sembra determinato a non entrare: potrebbe indicare vicepremier uno dei suoi vicesegretari, Orlando o De Micheli.

I contorni dell'intesa si vedranno meglio nelle riunioni di direzione Pd e gruppi Dem convocati quasi in contemporanea martedì sera. I nodi da sciogliere sono numerosi. Gli scogli futuri già si intravedono, a partire dalle commissioni parlamentari che resteranno a guida Lega (su tutte le Bilancio) fino a metà legislatura. In più c'è l'incognita dell'azionista di maggioranza dei gruppi Pd, Matteo Renzi: la scommessa è che dal giorno dopo il giuramento inizi a pungolare.
 

IL TOTOMINISTRI
Con l'avvicinarsi del Conte-bis si fa strada il totonomi e la guerra dei ministeri resta un macigno sulla strada dell'intesa. Per il leader del M5S la tentazione Viminale c'è ma è probabile che alla fine Di Maio scelga uno dei due dicasteri finora retti - Mise o Lavoro - o si diriga alla Difesa. Molti ministeri chiave, con Conte premier, potrebbero andare al Pd. Se Zingaretti restasse fuori la carica di vicepremier potrebbe andare a uno dei big della maggioranza Dem: Andrea Orlando (accreditato anche come sottosegretario alla presidenza), Paola De Micheli (in pole anche per il Mise), Dario Franceschini o addirittura Piero Fassino. Nell'esecutivo potrebbe entrare Lorenzo Guerini (magari con delega ai servizi) mentre tra i renziani resterebbero fuori i big ma potrebbero entrare esponenti come Ettore Rosato, Anna Ascani o Luigi Marattin.

Di Maio ha il problema di mantenere al governo uomini "fidati" e di far fronte alla carica degli ortodossi, tra i primi sponsor dell'accordo. Probabile, quindi, che entrino Stefano Patuanelli (al Mit?) e Francesco D'Uva ma il leader farà di tutto per mantenere Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede. Su Mef e Viminale la partita è aperta tra tecnici ed esponenti Pd: nel primo caso, come successore di Salvini uno dei più accreditati è Franco Gabrielli. E continuano a circolare rumours sul fatto che Di Maio punti proprio al ministero di Salvini.

NUOVE CONSULTAZIONI
Le consultazioni al Colle cominceranno domani alle 16 e dureranno fino a mercoledì alle 19 come da etichetta istituzionale, segno, questo, che verrebbe considerata credibile la possibilità di un'intesa. In caso di fumata nera su tutto, Sergio Mattarella avrebbe potuto optare per un periodo di consultazioni più breve.

IL PASSAGGIO SU ROUSSEAU
Ma c'è un ulteriore elemento di complessità. A suggellare il via libera all'ipotesi di governo con i dem tra i Cinque Stelle potrebbe essere anche la piattaforma degli iscritti Rousseau. I vertici pentastellati vorrebbero procedere con il voto ma non hanno ancora deciso quando: per indire le consultazioni on-line servirebbero infatti 24 ore di preavviso. Il tempo è già scaduto anche se il passaggio sulla rete viene dato per certo negli ambienti del Movimento.

Domani sera, inoltre, si riunirà un'assemblea dei parlamentari M5s: un'assise che fin qui è stata favorevole a tentare un'intesa con i dem e soprattutto a chiudere l'esperienza di governo con la Lega. Ma ora che la possibile intesa si fa più vicina, i dubbi iniziano a scalfire anche le certezze dei più convinti.

LA CONTROMOSSA DI SALVINI
Il giorno della verità si avvicina e il centrodestra vede sfumare sempre più l'ipotesi del voto. Matteo Salvini dà ormai per fatto l'accordo fra M5S e Pd. "Sta nascendo il partito delle poltrone, che vuole smontare tutto. Ma attenzione: chi ha paura del voto del popolo non ha la coscienza pulita". Il leader della Lega attacca diretto il suo ex premier, Giuseppe Conte: "Se la discontinuità avrà il suo volto, gli italiani avranno chiaro il perché del ribaltone, che era preparato da tempo".

Un barlume di speranza resta. "Probabilmente l'accordo ancora non è chiuso", dice il leader della Lega. Ma è un modo per introdurre un altro attacco: "E' solo perché mancano i dettagli della spartizione delle poltrone, noi non ci stiamo". Per adesso, Salvini non toglie la giacca da ministro degli Interni: "Non facciamo appelli alle piazze - dice - ancora oggi ero al Viminale, per garantire stabilità, sicurezza, regole e dignità". Un'uscita che ha gettato acqua sull'incendio innescato dalla ministra alla famiglia, Alesandra Locatelli: "Sono sicura che qualora si formi un nuovo governo M5S-Pd il popolo scenderà in piazza e la Lega sarà al suo fianco". Parole che hanno scatenato le polemiche di esponenti Pd e pentastellati, ma poi Salvini la sconfessa dal Viminale "non facciamo appelli alle piazze". Il voto prima o poi, farà giustizia.

Nel centrodestra, tuttavia, si fa largo l'intenzione di non lasciare che questo governo nasca senza che ci siano manifestazioni di protesta, non solo di palazzo. Giorgia Meloni ha annunciato una mobilitazione per chiedere il voto. "Se necessario, scenderemo in piazza, dobbiamo far sentire la nostra voce perché un altro governo fatto solo per massacrare gli interessi e i diritti degli italiani non ce lo possiamo permettere". La leader di Fdi ha un'idea chiara sul perché nascerà un governo Pd-M5S: "Qual è il nome che stanno apparecchiando questi signori per la prossima presidenza della Repubblica? Il nome è quello di Romano Prodi, uno che ha svenduto tutto lo svendibile dell'Italia".

La Lega ha comunque provato fino all'ultimo a ricucire con l'ex alleato. Salvini ha aperto la crisi nella speranza di andare al voto e incassare il consenso che gli italiani hanno mostrato per la Lega con le elezioni europee. Ma ora l'idea delle elezioni appare remota. Quindi, ha preso piede l'ipotesi di una retromarcia.  E anche, in zona Cesarini, mentre Di Maio e Zingaretti a Palazzo Chigi discutevano del governo M5S-Pd, il ministro all'Agricoltura Gianmarco Centinaio ha rilanciato l'offerta di via Bellerio ai pentastellati: "Apriamo un confronto per un accordo di legislatura". Uno dei punti potrebbe essere Luigi Di Maio a Palazzo Chigi. "E' una ipotesi sul tavolo", ha confermato il ministro. Insomma, col passare dei giorni i toni perentori sono scomparsi. Anche il canale Salvini-Di Maio, che si è riaperto qualche giorno fa, per tutta la giornata ha funzionato, con uno scambi di messaggi whatsapp.

Nella ipotetica coalizione di centrodestra, però, non mancano le crepe. Forza Italia, per esempio, già alle prese con l'uscita di Giovanni Toti, teme di rimanere tagliata fuori anche un eventuale approdo della crisi al voto. E allora Giorgio Mulè avverte: "Con questa legge elettorale non può esistere un centrodestra autosufficiente basato su Lega e Fdi".

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