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Salvini ci ripensa: meglio non votare. E aspetta uno spiraglio da Conte
Massa: il vicepremier alla festa della Lega denuncia le manovre per il governo «horror» Pd-M5S. «Ma non ho i numeri per fermarli, pronti a scendere in piazza»
MARINA DI PIETRASANTA. Grida, cori, tifo, caos. Una nube di polvere lo circonda sotto i pini dannunziani, Matteo Salvini ha tirato dritto. «Non voglio giornalisti», dice sbuffando sulla ghiaia diretto verso il teatro della Versiliana. Per la prima volta, dopo il bagno di folla di un anno fa, la pineta di Marina di Pietrasanta non è solo una bolgia di fan, burbanza sovranista e gridolini delle supporter arrivate dalle spiagge in seta e sandali. «Buffone», gridano i contestatori. A Massa i centri sociali sfilano sul lungomare. «Siete zecche, forza Matteo», urla una signora, pure quando il vicepremier si accascia vicino a una siepe. Ha perso una scarpa, è affannato, le spalle curve, lo sguardo torvo, carnivoro. Insomma il Capitano non è più al comando, è svanita la mascella volitiva del Papeete, il ministro desnudo dei “pieni poteri” ora è nudo di fronte a una crisi da giorni agognata e mai davvero raggiunta. Teme di essere finito con le spalle al muro. «Tenete il telefono acceso perché se ci sarà da scendere in piazza per difendere la democrazia, lo faremo tutti insieme», dirà alla fine. E c’è pure chi grida: «Rivoluzione!».
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Niente voto
Ma la verità è che dal primo pomeriggio, fra una diretta Facebook e l’altra, non fa che mandare un messaggio univoco: niente voto. Rewind. Salvini vorrebbe riattaccare la spina al governo felpastellato di cui dieci giorni fa aveva annunciato la fine imminente. Ecco, altro che Romagna, la chiave di volta della crisi si gioca tutta sulla costa toscana. Dalla Versilia manda i suoi segnali di fumo ai 5stelle. Non vuole concedere alibi. Perché a cento chilometri da qui va in scena il d-day del contratto gialloverde. Beppe Grillo riunisce Di Maio, Fico, Di Battista e lo stato maggiore di M5s nella villa marinara di Bibbona, li convince a un accordo col Pd, e il vertice decreta uno strappo insanabile. «Salvini è ormai inaffidabile».
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Sul palco Alessandro Sallusti evita la domanda diretta. Salvini prova a smaltire l’aria pensante. «Vedo che c’è ancora gente fuori, fatela entrare, c’è posto», dice di fronte ai 5mila arrivati in Versiliana. «Il doppio di quando venne Renzi premier», gongola il direttore del Giornale. Ma il vicepremier non può svicolare. Sa di essere alle corde. I negoziati fra i Cinquestelle e Pd sono avanzati, perfino Zingaretti sembra assediato dai padri nobili. Prodi ipotizza un governo «Ursola» sul modello con cui è stata eletta, con l’appoggio del M5S, la nuova commissaria Ue Von der Leyen. «Loro vanno con Boschi e Renzi e io sarei inaffidabile? Farò di tutto per evitare il governo degli sconfitti». Poco importa che in parlamento siano ancora i pentastellati i «vincitori», il partito del 32,7% del 4 marzo 2018.
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"La mia scelta un rischio? Chi non fa non sbaglia"
«Se qualcuno pensa di fare un governo con Renzi, Prodi e la Boschi deve passare sul mio corpo» e, ovvio, i «traditori saranno quelli che riesumeranno le mummie». La strada maestra? «O governo o voto». «Ci danno di fascisti ma chiediamo la cosa più democratica del mondo: la parola al popolo. I violenti sono quelli che in Senato e alla Camera difendono le poltrone», dice ai 2mila del Parco della Comasca a Ronchi. A Massa, dopo la consueta abbuffata di selfie in Versilia, torna alla carica. Ma è come se il Capitano avesse esaurito le batterie, attacca e retrocede, ripete gli stessi concetti, annaspa. Ammette perfino di aver commesso un errore. «La mia scelta un rischio? Chi non fa non sbaglia». Le evoca, ma sa che le urne non sono più una prospettiva concreta. «Il governo horror si avvicina, ma io non lo favorirò, e poi siete sicuri che Renzi lo voglia davvero?», ha confidato ai fedelissimi.
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L'ordine ai suoi: nei talk non attaccate i 5S
Per questo alterna affondi a riaperture. Così dice di voler restare al Viminale. «Io ancora ministro? Sì, vado avanti». Racconta di essersi messo in modalità zen. Si appella ai parlamentari 5Stelle «responsabili». «In realtà è molto teso, spera che Conte martedì apra uno spiraglio», confida un parlamentare sul prato della festa leghista. Una luce in fondo al tunnel che riaccenda la possibilità di un ultimo disperato tentativo per ricucire. A deputati e senatori che andranno in tv oggi e domani è stato dato un ordine di scuderia. «Nei talk attacchi solo ai dem, non ai 5Stelle. Sennò ci toccherà l’opposizione». E lì il rischio sarebbe il logoramento. Le prime (piccole) crepe si sono già aperte. Nei sondaggi, l’Istituto Noto ha registrato una flessione. La Lega al 36%, il Pd oltre il 23. Per questo ascolterà il premier in Senato «senza pregiudizi». «Resto in attesa, osservo». Il suo telefono «è sempre acceso». Anche se non ha più contatti diretti con Di Maio. Sulla Open Arms si è consumata la rottura con Conte. Ha affidato le uniche relazioni ai fedelissimi. Ma si tratta di canali flebili.
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Appesi a 30 renziani
Così al suo popolo, ai Matteo boys che gli gridano «voto, voto», deve dirlo: «Siamo nelle mani di 30 renziani terrorizzati dalle elezioni, sanno che non li rivoterebbe nemmeno il loro babbo. Se fanno un accordo fondato sulla spartizione del potere io i numeri per fermarli in parlamento non ce li ho». È la democrazia parlamentare, bellezza. Un dettaglio poco gradito alla base. «Spetta a Mattarella decidere se questi eventuali governi Arlecchino rispondono alla volontà del popolo oppure no, poi ci siete voi, perché poi ci ritroviamo nelle piazze».
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