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La scuola Sant'Anna sperimenta i farmaci-robot, ecco il viaggio nel corpo umano
Iniettati e comandati dall’esterno raggiungeranno con precisione il bersaglio. Un’arma in più anche contro i tumori
PISA. «Ciò che in passato veniva considerata fantascienza, ora è scienza. Siamo partiti da un’idea e l’abbiamo trasformata in qualcosa di concreto. Serviranno molti altri sforzi di ricerca e sperimentazione per poter parlare di un prodotto finito al servizio degli ospedali, ma il percorso intrapreso è quello giusto. E le prime indicazioni raccolte fanno ben sperare». Piccolissimi robot iniettati nel corpo umano, capaci di rilasciare un farmaco in un’area ben precisa. Osservati e comandati dall’esterno. È tutto vero. Si può fare. Ci sono voluti due anni di studi e di lavoro, ma il risultato c’è. E in un futuro non troppo lontano la medicina potrebbe avere a disposizione un’arma in più per combattere le malattie. In particolare il cancro.
Lo studio. Veronica Iacovacci è ingegnere biomedico, post-doc dell’Istituto di BioRobotica della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, esperta di robotica medica a varie scale dimensionali. Insieme ad Arianna Menciassi, pro-rettrice della Scuola Sant’Anna e responsabile dell’area di Surgical Robotics and Allied Technologies, e Leonardo Ricotti, responsabile scientifico del Micro-Nano-Bio Systems and Targeted Therapies Lab del Sant’Anna, in collaborazione con gli istituti di ricerca Eth e Paul Scherrer Institute, entrambi di Zurigo, Iacovacci ha sviluppato un microrobot magnetico soft in grado di restituire immagini di qualità elevata e di controllare in sicurezza le azioni di rilascio di farmaci in zone specifiche del corpo. «Per spiegare il frutto del nostro lavoro in termini comprensibili a tutti – dice Iacovacci – dobbiamo pensare a un robot di circa un millimetro iniettato nel corpo. Grazie a un sistema di campi magnetici possiamo controllarne i movimenti, mentre con il sistema Spect possiamo vederli in azione. La guida avviene con uno strumento simile a un joystick oppure attraverso il computer. I nostri partner svizzeri da dieci anni compiono studi in questo settore e il loro supporto è stato molto importante».
Il funzionamento. «Il microrobot – prosegue Iacovacci - è composto da idrogel biocompatibili e sensibili alla temperatura e ai campi magnetici. La matrice idrogelica consente l’inclusione di farmaci e di mezzi di contrasto che garantiscono un’elevata risoluzione dell’immagine. Il microrobot è in grado di cambiare forma in seguito a stimolazione con luce infrarossa ed è questo cambiamento a consentire il rilascio controllato di farmaco». Se negli ultimi anni la robotica al servizio della medicina e della chirurgia ha permesso il passaggio da terapie altamente invasive a terapie minimamente invasive, la sfida attuale della ricerca scientifica è sviluppare sistemi totalmente non invasivi in grado di muoversi con sicurezza all’interno del corpo umano e raggiungere zone ancora inaccessibili agli strumenti tradizionali per eseguire terapie localizzate e interventi chirurgici.
La grande sfida. Il piccolo robot che “opera” solo in un’area specifica del corpo non è ancora stato sperimentato sulle persone, ma soltanto in spazi di dimensioni ridotte. «La sfida è quella di creare le condizioni affinché il robot possa muoversi con efficacia anche in zone di lavoro più estese, come il corpo umano. I campi magnetici, in questo caso, dovranno essere calibrati in maniera differente, per spostamenti più lunghi, e un’azione ancor più localizzata da parte del robot».
«Questo studio - conclude Iacovacci - apre nuove prospettive nell’ambito delle terapie non invasive e fornisce nuovi strumenti per avvicinare tali strategie terapeutiche alla pratica clinica». La ricerca è stata pubblicata su Small, rivista accademica internazionale e interdisciplinare dedicata alla tecnologia di dimensioni nano e micro in tutti i campi scientifici.
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