Il Tirreno

Toscana

Clima, appello al Colle da 250 esperti «È ora di cambiare: emissioni zero»

Danilo Fastelli

Parla Buizza, prof del Sant’Anna: non è catastrofismo, gli allarmi sono basati su dati reali 

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l’intervista

Danilo Fastelli

Negli ultimi 40 anni la temperatura media europea è salita di 2 gradi. La terra è sottoposta a un riscaldamento straordinario, provocato dalle emissioni di gas serra. Serve ripensare le nostre società per rendere la nostra presenza sul pianeta sostenibile. Esiste la tecnologia per farlo, manca la lungimiranza politica. Roberto Buizza, climatologo, professore di Fisica alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, è autore di una lettera-petizione indirizzata al presidente della Repubblica, ai presidenti delle Camere e al capo del governo. Da domenica è stata sottoscritta da 250 scienziati e intellettuali: l’Italia deve muoversi verso l’obiettivo delle “zero emissioni” entro il 2050.

Il prof interviene nel dibattito sul clima tra scienziati in corso sul Tirreno scaturito da un’albicocca. Una ricerca dell’università di Pisa e del Sant’Anna sostiene che dall’analisi della fioritura degli albicocchi coltivati a Venturina si può dedurre un aumento di quasi 2 gradi nei mesi invernali degli ultimi 40 anni. Per il professor Franco Pinna dell’università di Pisa i risultati sono esagerati. Dal 1850 a oggi c’è stato un innalzamento globale di 0,9 gradi, un scostamento non straordinario rispetto ad altre epoche.

Professor Buizza, i risultati dello studio sulle albicocche la convincono?

«A stare ai dati, effettivamente la temperatura media in Europa è salita di 2 gradi in 40 anni. Lo studio sulle albicocche è abbastanza in linea con altri tipi di osservazioni svolte in Europa. In alcune zone, come l’arco alpino, l’aumento è stato anche superiore».

Che differenza c’è tra questo aumento e altri avvenuti in altre epoche?

«La differenza è che stiamo sottoponendo la Terra a un riscaldamento velocissimo. È vero che ha conosciuto temperature medie più calde e più fredde, ma i cambiamenti avvenivano su scale temporali di migliaia di anni. Il pianeta è ora sottoposto a un cambiamento estremamente rapido. In un contesto demografico inedito».

Cioè?

«Siamo 7 miliardi e mezzo di persone e abbiamo un riscaldamento legato all’attività umana. Alcune regioni della terra densamente popolate rischiano di diventare inospitali. Se nel giro di 100 anni il livello del mare aumenta di 30-40 centimetri, sparisce il 20% della terra emersa nei paesi della fascia tropicale. Ci saranno decine di milioni di persone che dovranno andare a vivere altrove».

Perché il riscaldamento non può essere considerato un fenomeno naturale?

«La variabilità naturale esiste. Ma se al livello globale la temperatura è aumentata di 1 grado, in Europa è cresciuta del doppio. E di questi due gradi europei, si calcola che la variazione naturale possa spiegare solo il 10%. È un problema che riguarda soprattutto la regione mediterranea e l’Italia è uno dei paesi più esposti».

È ragionevole invocare cambiamenti radicali?

«Certo, le tecnologie ci sono, il problema è politico. Occorrono la volontà e gli investimenti per trasformare la nostra economia, il modo in cui viviamo e facciamo viaggiare le merci. Usiamo energie rinnovabili, isoliamo gli edifici».

Hanno ragione Greta e i ragazzi dei Fridays for future.

«Mi fa estremamente piacere vedere i giovani chiedere un cambiamento nella giusta direzione. La politica guarda al breve termine. Ma il tema dei cambiamenti climatici è intergenerazionale e richiede uno sguardo molto lungo».

C’è chi lamenta esagerazioni catastrofiste nel dibattito sul clima.

«Il problema va affrontato per ragioni oggettive. Non è che nel 2030 finisce il mondo, ma se vogliamo consegnare ai nostri figli un pianeta vivibile dobbiamo ridurre le emissioni. Al contrario, non è escluso che a fine secolo si possano raggiungere effetti catastrofici. La nostra responsabilità è intervenire subito per scongiurarne l’eventualità». —

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