Italia
I biologi marini in catamarano amici dei delfini: «Quei rifiuti sono killer. Li mangiano e muoiono»
Il Centro ricerca cetacei, con sede all’Elba, da 16 anni ha registrato centinaia di avvistamenti fra la Corsica e le nostre isole
La plastica li uccide, ma loro continuano a nuotare e a danzare eleganti sopra alle onde. I delfini, e gli altri cetacei, hanno scelto il tratto di mare che dalla Sardegna, la Corsica, l’Elba e la costa Toscana va verso la Liguria, come loro habitat naturale. È il “santuario dei cetacei”, tutelato anche da una legge del 2001. In quest’area, ormai da 16 anni, opera il “Centro ricerca cetacei”, composto da biologi, veterinari, studenti universitari e semplici appassionati. Ha sede a Portoferraio, ma i suoi componenti, a partire da Micaela Bacchetta, “madrina” del progetto, passano gran parte del loro tempo a bordo del catamarano “Ketos”, un 12 metri riconoscibile dalla bandiera con i delfini.
«Abbiamo voluto creare – dice Micaela – un ente di ricerca privato, non un’associazione condizionata da fondi statali o umori politici, per dedicare totalmente la nostra vita alla conoscenza dei cetacei e alla sensibilizzazione della gente al loro rispetto, in maniera trasparente e libera». Dopo un'analisi delle aree meno monitorate del Santuario dei Cetacei, l'attività si è concentrata in tutto il Tirreno Settentrionale, dove la società ha trovato nell'Elba un eccezionale punto di partenza. «L’obiettivo è la salvaguardia dei cetacei del Mediterraneo con progetti di ricerca scientifici svolti con metodi non invasivi, avvalendosi prevalentemente di barche a vela eco-compatibili. Esploriamo e valutiamo un’area vivendo almeno 5 mesi l’anno in mare e sviluppiamo progetti mirati ed efficaci per studiare le popolazioni di cetacei locali e garantire adeguati programmi di salvaguardia. Con noi ci sono spesso ragazzi che svolgono tesi di laurea o stage formativi. Ci sosteniamo da sponsor privati, dai corsi teorico-pratici in mare per studenti e turisti e dalla campagna di adozione dei delfini». In questi anni sono centinaia gli avvistamenti di cetacei in tutta l’area, tutti registrati in un archivio ormai vastissimo. E corredato di foto meravigliose.
Ma l’incubo plastica in mare rischia di distruggere un paradiso.
«I numeri parlano chiaro. Ad oggi i rifiuti marini, soprattutto la plastica, rappresentano una delle principali minacce per circa 180 specie marine mediterranee, tra tartarughe, mammiferi e uccelli marini, filtratori, invertebrati e pesci. Gli impatti a livello di popolazione sono ancora in fase di studio ma è stato calcolato un incremento del 50% del numero di specie che hanno subito danni a causa dei rifiuti marini dal 1997 al 2016. I rifiuti di plastica in particolare sono responsabili dell’88% degli eventi registrati».
La plastica è il killer dei cetacei, perché nel loro meccanismo di alimentazione finiscono per ingerirne moltissima.
«Tra i cetacei le specie più minacciate sono la balenottera comune e il capodoglio tuttavia anche i piccoli cetacei predatori sono soggetti all’inquinamento da plastica per via del bioaccumulo di sostanze tossiche nelle specie-preda. La balenottera comune è classificata come in pericolo dalle liste rosse della Iucn (International Union for Conservation of Nature, ndr) e risulta essere in diminuzione rispetto agli ultimi 20 anni. Alimentandosi per filtrazione con ogni boccone arriva ad ingerire fino a 7000 litri d’acqua inghiottendo, insieme al krill, anche grandi quantità di macro e microplastica».
E quali sono gli effetti?
«L’ingestione involontaria di materiale plastico può portare a malnutrizione, morte per soffocamento, ostruzione del tratto intestinale, inedia. Inoltre le particelle più piccole, ingerite da pesci, molluschi e crostaci possono poi entrare nella catena alimentare causando, per la presenza di ftalati (composto chimico usato nel Pvc), Pcb (policlorobifenili) e altre sostanze tossiche, problemi per il sistema endocrino, immunitario e riproduttivo dei grandi predatori come i cetacei».
In quest’area la plastica in mare è a livelli di guardia.
«Purtroppo le aree di accumulo delle microplastiche coincidono con quelle in cui si concentra il plancton di cui si nutrono i misticeti (balene e simili, ndr) e i pesci prede dei piccoli cetacei. È così che le microplastiche possono entrare nella catena alimentare di questi mammiferi e nel contempo i cetacei stessi vengono esposti all’attacco di microorganismi (batteri, alghe, virus, invertebrati microscopici) potenzialmente patogeni che colonizzano i rifiuti plastici in mare, la cosiddetta “Plastisfera”, un nuovo ecosistema marino composto da specie che mettono a rischio la salute dei cetacei nelle acque del Santuario e la biodiversità del pianeta».
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