«L’alto rischio è il settore nel quale lavoriamo e si deve lavorare di più»
La senologia: i test genetici portano a scoprire più pazienti che possono sviluppare il cancro Problemi nella fascia pre 45 e post 74 priva di screening
Pisa. In Toscana, Manuela Roncella, chirurga senologa e responsabile della Breast Unit dell'ospedale Santa Chiara di Pisa è una delle massime esperte in Italia del tumore al seno. Conosce la malattia, ma anche il sistema al quale fanno riferimento i pazienti, riconoscendo che ci sono delle difficoltà ancora da risolvere. Specialmente per quel che riguarda la prevenzione.
Dottoressa Roncella, perché queste liste d'attesa così lunghe per molte prestazioni?
«Quello al seno è il tumore più frequente in assoluto della donna. Ogni anno ci sono tanti casi nuovi in Toscana e siccome è una malattia da cui si guarisce sono molte le pazienti che, una volta operate, devono effettuare i controlli. In più c'è la prevenzione, in quanto c'è una maggiore coscienza del problema. Tutto questo si innesta in un sistema che sta cercando di rispondere in maniera efficiente. Servono volontà e risorse, ma occorre anche che si metta in pratica il progetto di una rete regionale per avere una buona qualità nel servizio».
Quali sono i problemi ai quali va incontro una paziente in Toscana?
«Occorre fare una distinzione: non è uguale per tutte le categorie. Chi ha un tumore in atto e deve essere operato, ha una lista d'attesa che non deve superare i 30 giorni d'attesa e su questo assicuro che il sistema sta andando bene. Ci sono dati della Regione in cui la paziente con il tumore viene operata nel tempo giusto. Ci sono pochissimi centri che superano i 30 giorni, ma quasi tutti stanno nel limite e negli ultimi anni abbiamo lavorato molto a riguardo».
E riguardo alle pazienti operate?
«Per quanto riguarda, invece, le pazienti che sono state operate la regione ha predisposto un programma di Follow Up e ogni centro dovrebbe avere un ufficio che si chiama “Aiuto point” al quale la paziente può rivolgersi per avere la sua mammografia annuale. Chi è stata operata deve fare la mammografia una volta all'anno. E questo, per quanto ne so, funziona abbastanza bene».
E le donne che vogliono fare prevenzione?
«Le pazienti che fanno prevenzione invece sono quelle che hanno più di difficoltà. Dai 50 ai 70 anni c'è lo screening e quindi non c'è bisogno di andare a cercare degli esami. Anzi, ora la fascia sarà allargata dai 45 ai 74 anni. Quindi questa fascia di popolazione in Toscana dovrebbe essere coperta a riguardo: c'è già una delibera che dovrebbe essere attuata nel minor tempo possibile. Ma è ovvio che per aumentare lo screening di dieci anni serve una copertura finanziaria non indifferente, quindi stiamo procedendo un passo alla volta».
Ma chi non rientra in questa fascia?
«Le altre pazienti, che sono al di sotto dei 45 e al di sopra dei 74 devono un po' organizzarsi da sole: sono loro forse le fasce più deboli. L'alto rischio è infatti il settore su cui stiamo lavorando maggiormente in questo momento, perché con l'avvento dei nuovi test genetici, con la cultura e le competenze abbiamo selezionato molte più pazienti a rischio. Avere la nonna che a 70 anni ha avuto un problema al seno non significa essere a rischio, mentre avere tre familiari o la presenza della malattia in famiglia in mamma molto giovane significa essere ad alto rischio. Per queste pazienti occorrono controlli molto speciali. Cerchiamo di individuarle e seguirle, ma per il momento è tutto molto spontaneo».
Come risolvere questi problemi?
«Occorre creare una rete. A oggi non tutte le pazienti devono andare alla stessa velocità, altrimenti si intasano i servizi. I centri di senologia con Ispo, l'organismo deputato alla prevenzione, devono farsi carico di omogeneizzare le varie realtà. È quello che stiamo facendo». —
Alfredo Faetti
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