Il presidio
Tumore da togliere tra fegato e cuore, le bloccano il sangue per 38 minuti: salva
Intervento record a Pisa di un’equipe di oltre 20 specialisti che restano in sala operatoria per 14 ore di seguito
PISA. Il momento critico non si presenta all’ottava ora. Neppure alla decima o alla dodicesima di sala operatoria. La difficoltà si presenta subito. All’inizio dell’intervento su una paziente toscana settantenne. Un intervento mai tentato prima: rimozione di un tumore sviluppato proprio nel punto in cui la vena cava del fegato si infila nel cuore. Nell’atrio destro del cuore. Già così sarebbe stato un intervento assai complesso di “epato-cardio chirurgia”. Ma a Pisa, vanno oltre: perché un’equipe di una ventina di specialisti esegue l’operazione «per la prima volta senza circolazione extracorporea». In parole povere, il tumore viene rimosso da una zona quasi irraggiungibile del corpo interrompendo per 38 minuti la circolazione del sangue alla paziente.
Oggi, a più di un mese di distanza, si può parlare di intervento riuscito. Di una paziente alla quale è garantita la sopravvivenza, malgrado il quadro clinico molto compromesso. «Quando abbiamo inciso e ci siamo trovati davanti la situazione - esordisce il dottor Lucio Urbani, chirurgo oncologico, con un’esperienza quasi ventennale di trapianto di fegato - abbiamo temuto di non farcela, viste le condizioni incontrate. La paziente, infatti, era già stata operata altre volte per un tumore al fegato e la zona nella quale intervenire appariva praticamente impossibile da raggiungere a causa delle aderenze». Malgrado la riunione preparatoria che con tutti gli specialisti era stata indetta prima di decidere se andare in sala operatoria.
La situazione di partenza, infatti, è complicata. La paziente (della provincia di Pisa) ha già subito due interventi complessi per metastasi al fegato. Il nuovo tumore è collocato in un punto complicato: nel punto in cui la vena cava collega il fegato all’atrio destro del cuore. È subito chiaro che «la paziente non avrebbe avuto grandi possibilità di sopravvivenza se non fosse stata applicata una procedura innovativa, che ha unito la tecnica di chirurgia epatica del risparmio d’organo - scrive l’Azienda ospedaliero universitaria pisana - alla cardiochirurgia senza circolazione extracorporea». Prova a semplificare il dottor Urbani: «Quando abbiamo organizzato la riunione con tutti gli specialisti per non utilizzare la circolazione extracorporea sapevamo di dover risolvere due problemi: il primo mantenere la pressione arteriosa impedendo il flusso del sangue al cuore ed al fegato. Con il fegato irrorato di sangue, infatti, è impossibile intervenire con quella precisione richiesta dalla chirurgia del risparmio d’organo che impone ampie superfici di resezione, proprio per salvare grandi volumi di fegato sano». Il secondo problema da risolvere - prosegue il dottor Urbani - era «come far uscire il tumore dall’atrio destro senza “aprire il cuore”; per questo abbiamo dovuto calcolare la tempistica corretta, compatibile con l’interruzione del flusso di sangue (al fegato e al cuore)».
L’intervento - che dura 14 ore e impegna oltre venti specialisti e molti infermieri - si decide in 38 minuti. Nei 38 minuti nei quali, l’equipe tenta quello che nessuno mai ha provato prima: il tumore, ormai raggiunto (senza aprire il cuore) con una lieve pressione viene spinto del tutto fuori dall’atrio destro dentro la vena cava che collega il fegato al cuore. A quel punto, l’equipe è pronta a recidere il tratto di vena nella quale il tumore è radicato: sono circa dieci centimetri, fondamentali. Il collegamento vitale. La resezione deve avvenire in assenza di flusso di sangue, ma anche senza circolazione extracorporea. Riprende il dottor Urbani: «Il compito dell’equipe medica è togliere il tratto di vena malata e sostituirla con una sana, ottenuta dalla Banca dei tessuti di Bologna. Quando quella malata è stata resecata, eravamo già pronti ad attaccare all’atrio destro quella nuova». Il tempo necessario per passare dalla vena vecchia a quella nuova, per sostituire il tratto di 10 centimetri nel quale era collocato il tumore, è stato appunto di 38 minuti.
«L’intervento - conclude Urbani - è stato complesso. Ma non ci siamo mai scoraggiati. Solo all’inizio abbiamo avuto l’impressione di non potercela fare per la difficoltà a raggiungere il tumore a causa delle aderenze. Ma nell’equipe avevamo un cardiochirurgo (Maurizio Leventino) e un altro chirurgo di grande esperienza trapiantologica (Stefano Signori), che non si sono mai allontanati dalla sala operatoria. Così siamo riusciti a sostituire la confluenza atrio-epatocavale senza circolazione extracorporea, intervento di cui non abbiamo notizia di precedenti nella letteratura medica».
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