Muore, viene sepolto a insaputa degli amici Senegalesi in rivolta «Ridateci il corpo»
Livorno, la comunità invade l’ospedale dove il musulmano è spirato. I medici: «Nessuno si è presentato a reclamarlo»
Gora Thiam aveva 59 anni ed era arrivato in Italia da Touba, città santa del Senegal. Viveva a Livorno da 29 anni. Abitava a Quercianella, in una delle tante case affittate agli extracomunitari sulla collina dopo il Romito. Per tre decenni ha venduto oggetti artigianali provenienti dall’Africa in giro per i mercatini della Toscana. Da tempo era malato. È morto alle 10.20 di martedì 15 gennaio nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Livorno.
La caposala del reparto guidato dal primario Spartaco Sani e il medico che ha constatato il decesso hanno tentato più volte (non si sa quante, però) di contattare i numeri dei parenti che erano segnati sulla cartella clinica. Ma non ha risposto nessuno. La salma allora è stata portata alla camera mortuaria dell’ospedale. Il giorno dopo è stata avvertita la polizia mortuaria, il cadavere è stato trasportato al cimitero comunale dei Lupi dove la sera di venerdì 18 gennaio è stato inumato.
Ieri mattina gli amici senegalesi di Gora Thiam si sono presentati in ospedale. Erano oltre cento. Si sono fermati nel grande atrio in marmo del palazzo della direzione e sono rimasti lì per almeno due ore, in un presidio di protesta.
«Vogliamo sapere chi ha dato l’autorizzazione a seppellire un nostro fratello senza aver avvertito i suoi familiari. E chiediamo che il cadavere di Thiam sia riesumato e ci venga restituito. Quel cimitero non è il suo posto, lui è senegalese, è musulmano, ha il diritto di scegliere come e dove essere sepolto. Lo riporteremo a Touba, città santa in cui era nato, dove vivono i suoi figli e in cui aveva espresso il desiderio di morire», racconta Mbaye Diop, storico capo della comunità senegalese di Livorno.
Diop insieme ad altri rappresentanti della comunità è stato ricevuto dal direttore dell’ospedale Luca Carneglia che ha garantito un’indagine interna per capire cosa è accaduto al momento del decesso e se siano state seguite le procedure previste.
Poi i senegalesi sono andati dai carabinieri e hanno presentato una denuncia contro ignoti: «Siamo di fronte ad una violazione dei diritti umani - ha detto il capo della comunità -. Qui si tratta di rispettare i diritti elementari delle persone. Non siamo di fronte a un cane trovato per strada, ma ad un essere umano che doveva essere rispettato. Non si può seppellire un uomo senza che nessuno dei suoi parenti sappia che è morto. E invece è successo: potevano avvertire la comunità, potevano chiamare il consolato. Non l’hanno fatto: l’ospedale si lava la coscienza dicendo di aver fatto qualche telefonata e non aver avuto risposta. Ma è palese che non sia stato fatto abbastanza. Se fosse stato un italiano avrebbero fatto la stessa cosa?».
Ma l’Asl garantisce di aver rispettato le procedure: «Come previsto in questi casi, il personale del reparto ha chiamato i numeri segnalati dal paziente in cartelle clinica che sono gli unici autorizzati a essere informati sulla sua situazione clinica. Dai due cellulari indicati dal paziente non è però arrivata alcuna risposta nonostante sia stato lasciato anche un messaggio nella segreteria telefonica. La salma, come avviene in caso di decessi ospedalieri, è stata successivamente trasferita alla camera mortuaria. Qui vi è rimasta per le 48 ore indicate per la presentazione dei familiari. Trascorso senza esito questo tempo è stato contattato il servizio di polizia mortuaria per il trasferimento al cimitero comunale». —
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