Il Tirreno

Toscana

L’abete torre, la sughera e la quercia “partigiana”: ecco i monumenti verdi

Mario Neri
La Quercia delle Checche a Pienza
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La Quercia delle Checche a Pienza

I boschi delle meraviglie in Toscana: la Regione amplia l’albo degli alberi “vincolati” con 23 nuovi esemplari nel catalogo "piante secolari" da Pienza a Vecchiano, dall’Abetone a Follonica 

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FIRENZE. Alcuni sono solitari, rimasti in piedi come soldati dopo una battaglia e, chissà, reduci da una alluvione di vento oppure salvati fra i tanti sommersi della nostra frenesia cementizia. Altri sono architetture irripetibili, pezzi di storia e memoria, simboli di una comunità. Altri se ne stanno lì, nel giardino di casa o nel cuore del bosco, e sembrano proprio gli stessi sotto cui un giorno ci ritrovammo in compagnia di un fratello, una sorella o un amico dopo una corsa, e li scoprimmo immensi, altissimi, fantasmagorici, il tronco rugoso, il volto di un mostro, vestiti di muschi, sfregiati come gli eroi, imbronciati come i nostri nonni, cavi come grotte segrete.

Lì, immobili come il pino al Colle di Crespina e Lorenzana, con la chioma che da decenni ormai fa da custode alle case, o come l’abete bianco nel bosco di Crocina, all’Abetone, 46 metri di altezza, quasi 5 metri di circonferenza. Una torre che svetta fra i faggi sul monte. Pilastri delle nostre comunità, come la Quercia delle Checche a Pienza, da 300 anni nel cuore della Val d’Orcia, che fu rifugio della Storia, tana per le armi dei partigiani, già riconosciuta come monumento anche dal ministero dei Beni culturali.

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Sculture della natura, istoriano la Toscana da secoli, monumenti di fatto e, ora, finalmente, riconosciuti come tali dallo Stato. Sì perché la Regione Toscana ha appena ampliato l’albo degli alberi monumentali nato nel 2015. E ai 55 “giganti” già censiti ne ha aggiunti altri 23. «Si entra nel catalogo solo sulla base di alcune caratteristiche, in particolare età e dimensioni, determinati da circonferenza e altezza. C’è uno standard per ogni specie - dice Federica Fratoni, assessore regionale all’Ambiente - Ma una volta rispettati quei criteri, possono essere molti gli elementi che ne sanciscono la monumentalità. Contano il valore storico, culturale, paesaggistico, perfino architettonico, la rarità botanica e pure la forma e il portamento. Non è un fatto solo di prestigio, ma una garanzia di tutela».

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«Perché, prima di venir potati o tagliati, questi alberi devono essere sottoposti ad una valutazione del ministero dell’Agricoltura attraverso il Corpo forestale», dice Franco Dinardo, dirigente del settore Ambiente. Non solo. In caso di abbattimento dettato da ragioni di salvaguardia dell’incolumità pubblica «è previsto il reimpianto». Così nell’albo regionale, che integra quello nazionale, ci sono il Cipresso di Monterey e il platano del Parco della Petraia a Follonica; un tasso, una roverella, un olivo, un leccio, un gelso nero e un cipresso a Bucine (Arezzo).

A Vecchiano, alla Fagianella, c’è un gruppo di cipressi calvi, fratelli verdi, in un campo stagliati sulle montagne e in mezzo al grano. E pure un cipresso di Fiumaccio, nel cuore di San Rossore, è entrato fra i giganti. Il Comune di Crespina, poi, è riuscito ad ottenere l’onore per i filari di cipressi secolari da cui sbuca la chiesetta barocca di San Ranieri e la villa di via Belvedere, residenza di proprietà della famiglia Crastan e una sughera di 15 metri, larga 4 vicina all’agriturismo Valliferone. Sono monumenti, poi, 3 castagni, 2 faggi e un agrifoglio a Sambuca Pistoiese e un faggio a Capanne di Caprignana a San Romano in Garfagnana.

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