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«Siamo una squadra pronta a segnare il goal più bello: far stare bene i bimbi»
La lettera del dottor Masi, responsabile del pronto soccorso dell’ospedale Meyer: «Dribbliamo il dolore come Ronaldo»
«No, non ci voglio andare in ospedale. Neanche se sto male». Voce caparbia. Piedi puntati. Poi la testa si gira: «Qui va bene, mamma. Qui ci vengo». La voce della bambina abbandona la sfumatura di paura. I colori della facciata dell’edificio la incuriosiscono. Almeno quanto quel signore con la buffa vestaglia bianca che si siede sul letto e aiuta i bambini a ricordare i personaggi di Pinocchio. A 5 anni, ma anche a 7 e 8 uno mica se li può ricordare tutti i nomi. Specie se sei al pronto soccorso. E ti devono fasciare una mano. O medicare un ginocchio.
Certo che al Meyer, l’ ospedale pediatrico, non è solo faticoso essere il responsabile del pronto soccorso. È anche bello. Sarà per quelle Befane e Babbo Natale che ti capita di incontrare per i corridoi, numerosi quanto gli infermieri. E i clown. E gli animali. Quel senso di famiglia e di grande squadra di calcio «pronta a scattare verso la porta avversaria e segnare il goal più importante: far star meglio un bambino», scrive in una lettera, in una notte d’inverno, durante un turno, il responsabile, il dottor Stefano Masi.
Il dottor Masi non è solo il responsabile (da 5 anni) del pronto soccorso del Meyer. È anche «l’orgoglioso presidente del Viola club del Meyer». Eppure, nella sua lettera - ai colleghi, a tutti quelli che lavorano la domenica, la notte, per Natale, per l’Epifania, per Capodanno - cita Cristiano Ronaldo, il giocatore simbolo della Juventus, l’avversaria delle avversarie della Fiorentina: «Qualche volta ci arrabbiamo, siamo stanchi, stressati, vorremmo essere altrove: ma ci basta poco per ritrovare passione in quello che facciamo. Basta il sorriso di un bimbo o di una madre alla quale abbiamo restituito serenità. Questo è quello che ci fa andare avanti, dribblando la sofferenza e il dolore come farebbe Cristiano Ronaldo col pallone, pronti a scattare verso la porta avversaria». E segnare, appunto, il goal più bello: sconfiggere il dolore, la malattia.
Cuore viola, ma scatto juventino, dunque. Debolezza bianconera del dottor Masi, che sfodera pronta una difesa: «Che c’entra: noi siamo una squadra di camici bianchi (non bianconeri) che affrontano 40mila bambini l’anno. Circa 400/500 sono casi gravi, gravissimi (codici rossi). Ho pensato a un’icona, un simbolo del calcio: oggi come oggi non c’è alcun giocatore con l’attitudine, la facilità del goal che ha lui. Certo mi spiace un po’ che sia juventino... ma era quello che faceva al caso nostro». Per indicare le capacità, le qualità del personale del pronto soccorso. Mediche, certo. Ma anche psicologiche, empatiche.
«La più grande lezione - racconta il dottor - l’ho imparata in una scuola. Ero stato invitato a parlare con i bambini che avevano scritto un tema sull’ospedale. Sulle loro impressioni. Uno scrisse: “Quando il medico ha detto questo alla mia mamma, mi ha fatto una paura tremenda”. E lì mi sono accorto davvero, per la prima volta, che quando noi visitiamo i bimbi parliamo delle loro malattie ai genitori, non ci rivolgiamo mai direttamente a loro. Ma i bimbi ci ascoltano e, soprattutto, capiscono. Molto più di quanto noi crediamo».
Questo muta l’approccio di Masi ai pazienti. E della sua equipe. Attenzione al pensiero, alla sensibilità dei bambini. Alle loro paure, ma anche al coinvolgimento nella terapia, nelle spiegazioni. «I bambini sono pazienti, consapevoli. Come tali vanno trattati». Con qualche attenzione in più. Per non spaventarli. «Ad esempio le visite non si devono mai iniziare - svela un trucco - con la palettina in gola. Questo è uno strumento che fa irrigidire molto». Mette paura. E non ce n’è bisogno. Soprattutto fra i maschietti che «a una certa età, in effetti, sono meno coraggiosi delle bambine». Anche se gli aghi fanno paura a tutti senza grandi distinzioni. Ma allora intervengono le “distrazioni”: i clown. I giocolieri. Le fiabe, le attività della ludoteca. «Eppoi la pet-therapy, la terapia con il supporto degli animali. Abbiamo una canina che fa miracoli con i bambini». L’atmosfera speciale che si respira da queste parti. Non solo a Natale. —
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