Il Tirreno

Toscana

Intervista a don Roberto Turrini 

«Un gesto simbolico per dire no a violenza, guerra, rivalità personale»

C.S.
«Un gesto simbolico per dire no a violenza, guerra, rivalità personale»

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aulla. Don Roberto Turini, parroco di Quercia da 51 anni, è il promotore, da 30, della festa della Befana ed è stato lui, 5 anni fa, ad aver voluto che i bambini consegnassero e distruggessero le loro armi giocattoli.

Don Turini i bambini distruggono le loro armi giocattolo a martellate o salendoci sopra. Non è un modo di rispondere con violenza alla violenza?

«Ma scherza? Cosa dice? Assolutamente no. I bambini devono capire che le armi vanno distrutte. Questo è un gesto simbolico, è un segnale, un modo per dire basta alla violenza in ogni sua forma. È violenza la guerra, lo è l’inquinamento, lo è la rivalità personale. La violenza offende il vero significato dell’Epifania che è scoperta della cultura del dono».

Lei ha voluto il rito della consegna e della distruzione delle armi 5 anni fa e lo vuole ancora ogni anno. È il segno che la violenza imperversa?

«Finché io ci sarò e continuerò a vedere violenza, questo gesto si farà. La violenza c’è eccome. Ma io dico: un bimbo che piange di fame come ce ne sono in tanta parte del mondo non è forse una violenza? Certo che lo è. È una violenza atroce, senza pensare a tanta altra robaccia».

La vigilia dell’Epifania la consegna delle armi e il giorno della Befana la festa. La vostra calza lunga 25 metri ha vinto anche il Guinness...

«Certo. Organizziamo la festa dal 1989. Questo era il trentesimo anno. A promuoverla sono la Pro loco e la Parrocchia. Noi tutti».

Com’è andata quest’anno?
«È andata benissimo. Il bel tempo ci ha aiutato e c’erano tantissime persone. Molte venute da altri paesi e da fuori. Abbiamo preparato e distribuito 550 calzine, siamo molto contenti. La festa è finita con una cena per gli organizzatori».
Una festa soprattutto per i bambini. Ma in Lunigiana si fanno sempre meno figli?

«Beh, non soltanto in Lunigiana. Si fanno meno figli un po’ dappertutto. Però devo dire che a Quercia i bambini non mancano, piccoli piccoli e un po’ più grandicelli». —C.S.

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