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Toscana

nel carcere di lucca 

È malato, muore in cella: aperta un’indagine

Luca Tronchetti
È malato, muore in cella: aperta un’indagine

Aveva una grave patologia dovuta alla glicemia, per due volte gli erano stati negati i domiciliari: ordinata l’autopsia 

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Per due volte l’istanza di revoca della custodia cautelare in carcere per reati contro il patrimonio era stata respinta dal tribunale di sorveglianza di Firenze. E il suo nuovo legale aveva inoltrato un’altra richiesta di remissione in libertà con l’ipotesi di arresti domiciliari. Sul ricorso il giudice si sarebbe pronunciato il 20 gennaio.

Troppo tardi per Massimo Tamagnini, 55 anni, originario della Garfagnana, ex operaio anche al Molino Maionchi nella periferia di Lucca, finito dietro le sbarre in seguito a sentenza passate in giudicato relative a un cumulo pena pari a un anno e dieci mesi di reclusione. È morto nel pomeriggio del giorno di Santo Stefano nella sua cella all’interno del carcere di San Giorgio. La magistratura ha aperto un’inchiesta sulle cause del decesso e soprattutto sul possibile nesso causale tra le gravi patologie di cui soffriva Tamagnini, sposato e padre di una figlia, e il regime carcerario a cui era sottoposto. Esame autoptico che si è svolto ieri pomeriggio all’obitorio dell’ex Campo di Marte alla presenza del consulente della procura, Luigi Papi, e a quello della famiglia dell’ex operaio, Gianni Pecchioni. Il consulente avrà 60 giorni di tempo per depositare la sua relazione e capire se l’arresto cardiocircolatorio costato la vita al detenuto possa in qualche modo attribuirsi alla detenzione custodiale.

DETENUTO MODELLO

Un decesso che ha provocato proteste e tensioni nel carcere di Lucca con i detenuti della terza sezione che hanno iniziato ad inveire e a sbattere pentolame sulle inferriate mentre all'interno della sezione c’è stata anche una colluttazione tra alcuni ristretti con carcerati costretti a ricorrere alle cure mediche. Ha poca voglia di parlare l’avvocato Carlo Alessandro Vaira che da poco tempo aveva ricevuto l’incarico dai familiari di Tamagnini: «C’è un’indagine in corso e non è corretto parlare in questo momento. Una cosa mi sento di dire: la persona deceduta era ben voluto da tutti all’interno del San Giorgio. Si era sempre comportato in modo corretto e la sua morte ha colpito non solo i ristretti, ma pure il personale».

PENA QUASI SCONTATA

Tamagnini era detenuto da circa un anno e avrebbe dovuto scontare 9 mesi di reclusione. Appena entrato in carcere le sue condizioni di salute non erano affatto ottimali. E nel giro di otto mesi erano state respinte due istante di revoca della misura detentiva con richiesta di arresti domiciliari.

E l’avvocato Vaira, di nuova nomina, aveva depositato ad inizio dicembre un’altra richiesta molto dettagliata allegando certificazioni mediche che facevano riferimento a gravi patologie causate da una forma di glicemia che rendevano incompatibile la sua presenza dietro le sbarre. Probabilmente, visto anche il residuo pena, stavolta il giudice di sorveglianza avrebbe concesso al condannato di terminare il periodo detentivo ai domiciliari. Una vicenda che rende ancora maggiormente precaria la situazione in carcere più volte denunciata dal sindacato Sappe. —

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