Italia
Tra occasioni mancate e tanti rimpianti, la Ferrari si coccola il marmocchio Leclerc
I numerosi errori commessi da Vettel in pista e ai box decisivi per la vittoria di Hamilton e della Mercedes. Occhi puntati sul 21enne monegasco in attesa dell'arrivo di Mick Schumacher
«Il Mondiale non l’ho perso io, lo ha vinto la Mercedes. Loro si sono dimostrati più forti». Eh no, caro Seb, le cose non stanno così. Il tedesco deve scendere dal piedistallo, anche perché non esiste più quel trono su cui era riuscito a salire per quattro volte consecutive al volante della Red Bull Racing. Dal 2013, ultima stagione in cui si è cinto la testa d’alloro iridato, di acqua sotto i ponti n’è passata parecchia e non è comprensibile continuare a cullarsi coi trionfi del passato. Soprattutto se si è alla guida di una Ferrari competitiva, quasi al medesimo livello della rivale storica Mercedes. Da Vettel sono attese conferme del pilota che fu, che vinse e che dominò. Tutto rinviato al 2019, ma è vietato parlare di ultimatum, perché il ferrarista se la potrebbe prendere e rischia di perdere la concentrazione e di collezionare errori su errori avvertendo il fiato sul collo dei critici e dei tifosi impazienti. Lasciamolo in pace, quindi, ma nel contempo non può costringerci ad alterare la visione oggettiva della realtà alla base di un obiettivo e sereno bilancio di quello che è stato fino a pochi giorni fa.
I rammarichi. Se Lewis Hamilton ha potuto laurearsi nuovamente campione del mondo è anche perché Vettel ha sbagliato (quasi) tutto quello che c’era da sbagliare, al cospetto dell’inglese che invece è risultato perfetto nei momenti topici. Le "cantonate" sono state ben superiori alle condotte di gara eccellenti (come a Montreal, Silverstone e Spa). Tutti ci ricordiamo che prima del Gran premio di Baku era in testa alla classifica con nove punti di vantaggio sull’alfiere della Mercedes. In Azerbaigian, però, anziché accontentarsi di un secondo posto, prova a passare Bottas negli ultimi giri ma fallisce e chiude al quarto posto. In Francia, parte dalla seconda fila ma urta sempre contro il finlandese e danneggia la macchina (alla fine è quinto, e da +1 in classifica scivola a -14). In Austria ostacola il giro di Sainz e deve scontare tre posizioni di penalità (sesto in griglia, finisce terzo). In Germania un’autentica "figuretta": a 15 giri dalla fine è al comando della gara, ma si fa tradire dalla pioggia come un "deb" e perde il controllo della macchina andando a sbattere contro un muro. Potrebbe bastare, ed invece no. A Monza, con un autodromo stracolmo e tutto per lui, tenta di passare il poleman e compagno di squadra Raikkonen, ma va in testacoda e termina quarto. In Giappone si fa prendere dalla frenesia di recuperare e prova un sorpasso impossibile su Verstappen: nuovo testacoda e sesta posizione finale. Infine, ad Austin, nelle libere si dimentica di rallentare in regime di bandiera rossa e la direzione gara gli affibbia tre posizioni di retrocessione in griglia. Parte quinto ma al via ancora una giravolta nel tentativo di passare Ricciardo.
La (poca) regia. Non sempre il muretto è riuscito a compensare gli svarioni del proprio pilota in pista. Anzi, talvolta è inciampato anch’esso in qualche pecca, come la strategia sbagliata delle qualifiche in Ungheria, a Singapore e soprattutto in Giappone. E a Monza? Era proprio quello il momento di annunciare il divorzio da Raikkonen, informato del mancato rinnovo contrattuale alla vigilia della gara? No, non era quello. Non poteva essere quello. Ovviamente, il giorno dopo, nessuno osò dare ordini di scuderia al finlandese ormai appiedato. Non si tiri fuori, per favore, l’alibi della morte di Sergio Marchionne. È venuto a mancare un punto di riferimento, forse "il" punto di riferimento, ma un’azienda e una struttura come la scuderia del Cavallino non possono permettersi di mollare.
La "mission". Come sempre succede in Formula Uno, le vacanze sono ridottissime e il 2019 è già alle porte. Sulle iscrizioni al prossimo campionato si legge "Scuderia Ferrari Mission Winnow". È la nuova denominazione decisa dalla casa di Maranello. La "mission" può essere una sola: combattere alla pari con la Mercedes, cercando di riportare in Italia il titolo e dando sfogo alle proprie potenzialità senza aspettare gli errori degli altri e, soprattutto, evitando di azzopparsi da soli. Non ci sarà più Iceman Raikkonen, che in caso di giuste motivazioni ha nuovamente dimostrato di essere tra i piloti più veloci del "circus". Sarà al volante dell’Alfa Romeo Sauber, mentre al suo posto in Ferrari è stato chiamato l’appena ventunenne Charles Leclerc, il secondo driver più giovane ad aver guidato una monoposto del Cavallino, dopo l’imbattibile Ricardo Rodríguez, che esordì sulla Ferrari (e in Formula 1) nel Gran premio d’Italia del 1961 a 19 anni. Una scelta di campo, quella dei dirigenti "in rosso", di rottura rispetto al recente passato, quando era stato sempre favorito il fattore "esperienza". C’è tanta curiosità intorno al ragazzino monegasco, anche perché se Lecrerc dovesse mostrarsi presto allo stesso livello di Vettel per Maurizio Arrivabene potrebbero essere dolori, in riferimento alla convivenza tra i due. Il tedesco potrebbe vivere nuovamente i fantasmi di Ricciardo nel 2014 e questo aggiungerebbe ulteriore pressione al suo rendimento in pista.
Il sogno mick. Lecrerc ha firmato un biennale. Il contratto è valido fino al 2021, anno in cui a Maranello potrebbe tornare a farsi vedere uno Schumacher. Nel senso di Mick, balzato ora in Formula 2 ma, ovviamente, già in odore di Ferrari. La forza della suggestione potrebbe vincere su tutto.
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