Italia
L’ultimo desiderio per il padre morto: non fiori sulla tomba ma... gol di Ronaldo
A Fornaci di Barga un sorprendente necrologio. Il figlio spiega: me l’ha suggerito una voce fuori dal campo, lui era un grande tifoso della Juve
LUCCA. “Non fiori ma goals di CR7”. Lì per lì, il manifesto che annuncia la morte di Mario Stefanini – 77 anni, detto “Il Doro” – potrebbe sembrare una bufala dal sapore amaro, una “zingarata” di qualche irriverente amico interista. E invece è tutto vero, c’è poco da ridere. Basta girare per Fornaci di Barga e dintorni per rendersene conto: sono una cinquantina i manifesti affissi nei paesini della Mediavalle del Serchio che danno la ferale notizia. Giovedì sera il ragionier Mario Stefanini, ex dipendente dell’Asl e grande tifoso juventino, si è spento mentre guardava la televisione seduto sul divano di casa. «Quando ti muore un padre non è un bel momento – racconta al funerale il figlio Claudio, veterinario – Ti trovi a sbrigare una serie di incombenze per cui non hai la testa: la chiesa, il funerale, il cimitero, la scelta del vestito del morto, ecc. Non è una cosa piacevole, ma quando il responsabile dell’agenzia funebre Pieroni mi ha chiesto cosa volevo far scrivere sui manifesti ho avuto un’illuminazione. Ho sentito una voce fuori campo come quella che in Amici miei chiede: “Che cos’è il genio?”. Di getto mi è venuta in mente la frase giusta: “Mettici questo: Non fiori ma goals - scritto proprio così - di CR7”. Il responsabile mi ha guardato incredulo: “Sei sicuro?”, ha chiesto. “Sì, ci voglio esattamente questo”». Fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Ma soprattutto affetto per un padre scomparso. Così Claudio ha ottenuto l’attenzione di molti, persino di chi non conosceva il defunto. E ora ne approfitta per parlare di suo padre, dire chi era e in un certo senso rendergli omaggio.
Scerbanenco sosteneva che raccontare la vita di un uomo è una sorta di preghiera. Nel caso del “Doro”, soprannome ereditato dal nonno Lindoro, si potrebbe dire che è come fare un goal. «Mio padre era del 1941 – racconta Claudio – ed è rimasto subito orfano: suo babbo, che si chiamava Claudio come me, è morto in guerra tre mesi dopo la sua nascita. Abbiamo sempre vissuto qui: lui era ragioniere dell’Asl. Con mia madre, anche lei defunta, ha messo al mondo me e mio fratello Pierfranco, che vive a Milano. Era in pensione da tempo ma era sempre attivo: gli amici del bar, le partite a Burraco e la Juventus». L’antica passione bianconera era stata rinfocolata dal grande colpo: Cristiano Ronaldo, CR7. «“Con lui si vince la Champions”, diceva, ma era più un auspicio che un pronostico ».
«Se leggevi Tuttosport – aggiungono gli amici del bar – ti girava attorno finché non liberavi il giornale. Era fan di Del Piero e pure di Giovinco, ma lì sbagliava. Ora aveva CR7»
«Ricordo la prima volta che siamo andati allo stadio: 1980, Juve-Arsenal, semifinale di Coppa delle Coppe. Si perse 1-0 e mi ritrovai con un tifoso che stava per spararmi un razzo. Sarà per quello che non ho ereditato la sua passione. Cosa ho messo nella bara? Il mazzo di carte Murialdo che portava sempre con sé, un gagliardetto bianconero e una tazzina della Juve: quando vinceva andava al bar e offriva il caffè a tutti con quella».
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