L'emozione di tornare a sentire le cose: "Grazie alla mano bionica ideata a Pisa" - Video
Loretana Puglisi perse l’arto mentre lavorava in un pastificio, ora racconta la nuova vita. Realizzata dal Sant’Anna: trasmette le percezioni tattili e fa muovere le dita in modo naturale
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.17274792:Video:https://video.gelocal.it/iltirreno/locale/mano-bionica-impiantata-a-una-donna/108743/110334]]
PISA. Vigilia di Natale 2016. Loretana Puglisi, 55 anni, è nel pastificio a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, dove lavora insieme al marito, Mario Matarazzo, e il 28enne Paolo, il maggiore dei due figli. Un 24 dicembre tragico, perché l’impastatrice le porta via la mano sinistra. «Per un anno mi sono svegliata la notte dopo aver rivissuto l’incubo dell’arto staccato dal mio corpo – racconta la donna – Il primo anniversario è stato duro da affrontare. Poi la situazione è migliorata. E ora che mi sto sottoponendo alla sperimentazione della Scuola Sant’Anna di Pisa e del Policlinico Gemelli di Roma per una mano bionica che mi consente di afferrare gli oggetti con naturalezza e di riconoscerli anche se non li guardo, vedo la luce in fondo al tunnel».
Loretana è una delle due pazienti che l’equipe guidata da Silvestro Micera, docente di Bioingegneria all’Istituto di BioRobotica (la cui sede si trova a Pontedera) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, sta seguendo con un progetto unico al mondo: una protesti dotata di un codice in grado di trasmettere per la prima volta ai nervi del braccio amputato tutta le percezioni che avrebbe ricevuto dai neuroni tattili della propria mano e, quindi, di comunicare le informazioni utili per il movimento in modo estremamente naturale.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.17274789:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.17274789:1652399960/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
La ricerca è stata pubblicata su Neuron, una delle più prestigiose riviste nel campo delle neuroscienze, da parte di un gruppo di ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (Epfl), dell’Università di Friburgo, del Policlinico Gemelli di Roma. E deriva da un problema legato alle mani artificiale. «Negli anni sono state sviluppate soluzioni per restituire informazioni tattili ad amputati di arto. Ma le informazioni trasmesse risultano lontane da quelle della mano umana, in termini di naturalezza ed efficacia – dicono dalla Sant’Anna di Pisa – Lo studio apre nuovi scenari nella ricerca sulle protesi artificiali e sulla loro capacità di recuperare il più possibile la naturalezza dell’arto mancante. Attraverso un approccio che integra pratiche di neuroingegneria, neurologia clinica e robotica è stato possibile accertare che il paziente riesce a ricevere informazioni più naturali ed efficaci, stimolando il nervo periferico con informazioni molto simili a quelle che i sensori delle dita naturali fornirebbero in casi normali».
Dalla teoria alla pratica, perché la cinquantacinquenne testimonia la bontà della sperimentazione. «Da due anni e mezzo non provavo sensazioni simili – racconta Loretana Puglisi – Quando indosso la protesi riesco ad avvertire vibrazioni e formicolii nell’avambraccio, riuscendo a riconoscere l’oggetto che tengo in mano, individuandone materiale e dimensioni. Questo, al di là del fatto che, con la mano bionica, posso afferrare cose con le cinque dita diversamente da quando indosso le protesi normali. È una sensazione diversa da ciò che provo usando la mano destra. Ma è comunque funzionale alla ripresa di una vita pressoché normale».
La donna vive l’attesa di poter utilizzare la nuova protesi, «anche se a 55 anni so di poter attendere tranquillamente gli eventi». Ma il primo firmatario della ricerca, il bioingegnere e dottorando all’Istituto di Biorobotica della Scuola Sant’Anna, Giacomo Valle, 27 anni di Genova, ammette: «Stiamo lavorando su un prototipo. Nei prossimi mesi riusciremo a realizzare un impianto da installare sotto la pelle in grado di far dialogare l’arto e la mano artificiale via wireless ed evitando infezioni derivanti dai cavi collegati al braccio. In un paio d’anni saremo pronti».
I risultati dello studio, secondo Micera, «permetteranno di avere protesi di mano che siano allo stesso tempo efficaci e utilizzabili in modo naturale e non avvertite come un corpo estraneo. Ciò aumenterà in maniera significativa l’impatto clinico di queste tecnologie». Perché, «perdere l’informazione sensoriale è come vivere in un mondo senza colori e senza contrasti di chiaroscuro – dice Paolo Maria Rossini, primario del dipartimento di neurofisiologia del Gemelli di Roma – Riacquisire la sensorialità è motivo, per una persona amputata, di sentirsi nuovamente padrone dell’ambiente che lo circonda».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
