Il presidio
Noi, cresciuti sotto il “ponte” con il pilone accanto alla finestra
Danilo D’Anna, genovese, giornalista del Tirreno, ha vissuto la sua infanzia nel quartiere Certosa, sotto al ponte crollato. Qui racconta quegli anni e le emozioni di adesso. «Chi ha vissuto qui vedeva il Morandi quasi come un “gigante amico”. Per noi era indistruttibile»
GENOVA. Pensare che quelle strade che percorrevi da bambino dando la mano a mamma e papà presto cambieranno il loro volto ti costringe a tornare indietro nel tempo. Inevitabilmente.
Ed è quello che stanno facendo le persone che sono nate e cresciute in Valpolcevera, ma soprattutto a Certosa.
Come me. Tra quelle case attraversate dal ponte (senza Morandi perché il nome non serve con chi è di famiglia) che è venuto giù alle 11.37 del 14 agosto 2018.
Noi di Certosa, di via Fillak e di via Porro, credevamo che quel viadotto fosse indistruttibile; che, nonostante quelle imbragature che spuntavano sempre più spesso tra i blocchi di cemento armato, dominasse la forza di gravità.
Alla faccia di chi diceva che era pericoloso, alla faccia di chi si metteva le mani nei capelli quando vedeva quel pilone tagliare il cornicione del palazzo.
Ecco: quell’immagine che per il web è diventata il biglietto da visita del disastro annunciato, per noi era la quotidianità. Era l’impossibile che diventava possibile.
Come quando un funambolo cammina a piedi nudi su una corda tesa a decine di metri di altezza.
Quel pilone me lo ricordo bene, attaccato alla finestra della cameretta del mio compagno delle medie, quando andavo da lui a studiare. Volevo toccarlo quel cemento, non l’ho mai fatto da lassù.
Se penso che tra poco non ci sarà più e che con lui spariranno quella finestra, quella stanza, quell’appartamento e quell’edificio (e gli altri edifici), mi viene il magone.
Perché per noi, nati alla fine degli anni Sessanta, è la normalità. È lo stare bene, nonostante tutto, nonostante una persiana che non potrai chiudere mai.
«Dà, è venuto giù il ponte», è il messaggio che mi è arrivato dal mio amico Andrea pochi minuti dopo quella che qualcuno ha definito l’apocalisse della vigilia di Ferragosto.
Lo aveva visto sgretolarsi dalla finestra, mentre guardava il diluvio insieme al figlioletto che non ha ancora compiuto dieci anni. Da quel momento è stato un continuo stare con l’orecchio attaccato al telefono: per tranquillizzare e per tranquillizzarci.
Ci siamo sdraiati sul lettino di uno psicanalista immaginario e abbiamo aperto il libro dei ricordi. Belli, nonostante quel grigio che ci siamo portati dietro per decenni.
Perché quel ponte era lo spartiacque tra Certosa e il mondo. Un avamposto che appena lo varcavi ti sentivi a casa.
Con quelle tre campate che abbiamo attraversato come se fossero le porte girevoli di un hotel di lusso. O che abbiamo guardato dall’alto per scrutare le macchine che sfrecciavano veloci come il vento.
Ognuna di quelle arcate ha un storia, per me: al Campasso ci andavo da bimbo all’asilo, a piedi perché papà non aveva né macchina né patente; in via Fillak le sere d’estate da adolescente squattrinato insieme agli amici per far passare qualche ora prima di andare a dormire; al Rialzo ultimamente a correre, perché dopo il voltino c’è la casa dove ho vissuto per più di trenta anni. Il mio nido.
Il Morandi - qui il nome ci sta bene perché siamo al commiato - ha scandito l’esistenza della Certosa, quartiere operaio nel midollo, degli anni Settanta e Ottanta.
Lo abbiamo guardato soprattutto con il naso all’insù, sognando di cavalcarlo un giorno e andare via per sempre, quando avevamo i pantaloni corti. Adesso che ci hanno detto che lo butteranno giù, e con lui spazzeranno via le case dove abitavano fino a martedì scorso 558 persone (la popolazione di tredici palazzi), vorremmo fermare il tempo e colorarlo come un arcobaleno.
Perché quando cade un’opera così, che rappresentava il progresso, cadi anche tu.
Ma noi di Certosa ci rialzeremo, dateci solo il tempo di asciugare le lacrime.
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