«Paga a meno di 4 euro l’ora. Con molestie»
Diana doveva preparare cocktail nel weekend: si è trovata a svolgere qualunque mansione e a subire commenti sessisti
«Ho accettato di lavorare per 5 euro all’ora, tutto in nero. L’ho fatto perché quel lavoro mi serviva. Per necessità, dovevo arrotondare uno stipendio fatto di tanti altri lavoretti. Ma il lavoro è dignità e dopo giorni di prese in giro, perché quei 5 euro alla fine sono diventati meno di 4, e anche di allusioni sessuali da parte del mio capo ho deciso di lasciare. E forse anche di denunciare, perché questo è caporalato».
Una forma di sfruttamento che Il Tirreno sta raccontando nella sua inchiesta sui lavoratori sfruttati. Quello di Diana Rigolino, 28 anni di Vercelli ma con alcune esperienze di lavoro anche a Firenze, è uno spaccato del lavoro nel mondo della ristorazione. Anche se qui è totalmente in nero, senza nessuna copertura, garanzia, orari definiti, diritti.
«L’accordo con il proprietario era di fare la barista venerdì, sabato e domenica dalle 18 a chiusura del locale per 100 euro totali. Quindi 5 euro l’ora – racconta Diana –. Poi ho ricevuto una chiamata nella quale mi chiedeva di fare anche delle pulizie al locale, arrivando a mezzogiorno. Nessuna pausa, ritmi di lavoro incessanti. Ho accettato: mi ha appena preso, non potevo dire di no».
Lo sfruttamento continua. A Diana viene chiesta una presenza sempre maggiore nel locale. Lei inizialmente accetta. «Per turni di lavoro di otto ore, tutte in piedi, non riuscivo neppure ad andare in bagno – racconta la ragazza –. Alla fine ho fatto un calcolo: 31 ore di lavoro».
Quando arriva la busta paga, nel senso letterale del termine, cioè una busta con dei soldi in contanti, la ragazza resta delusa. «Presto la delusione è diventata rabbia – spiega ancora Diana –. Ho ricevuto 120 euro, a conti fatti sono 3,8 euro all’ora. Sono andata dal mio titolare, che nei giorni scorsi non aveva mai alzato un dito per dare una mano sul luogo di lavoro, facendo molte battute a sfondo sessuale nei miei confronti, e gli ho chiesto di darmi quanto dovuto. Alla fine ha preso altri 30 euro, e non 35 come da accordi, e me li ha quasi lanciati dietro». Dopo quel gesto Diana sa già che non tornerà.
«Non nascondo di essermi fatta parecchi scrupoli – spiega –. Quando prendo una parola con un datore di lavoro per me vale più di un contratto. Ma lavoro è passione, impegno, professionalità. Il lavoro è dignità. Quindi professionalità e garanzie si possono pretendere solo se anche il datore di lavoro è disposto a darle. Quindi ho deciso di lasciare, anche se ho bisogno, quel posto. E ho già sentito molte persone impegnate nello stesso luogo di lavoro: forse faremo vertenza tutti insieme». —
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